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Yoga e natura

Praticando nella natura percepiamo in modo ancora più profondo la completezza del percorso yogico

Yoga e natura
20 ottobre 2012

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Glossario sanscrito

Lo yoga, quale percorso iniziatico dalla straordinaria completezza - date le sue valenze spirituali, salutistiche, filosofiche ed etiche - si intreccia a diverse istanze di fondamentale importanza, riconducibili non solo alla sfera dell'individuo, ma anche del sociale e dell'impegno ambientale.

Poiché la consapevolezza di tutto ciò conferma e rafforza il valore dello yoga quale cammino di «unione» a tutti i livelli, credo valga la pena provare a esplorare il ricco e affascinante dialogo tra yoga e natura.

In prima istanza, se lo yoga appare come un cammino particolarmente adatto a scoprire la nostra vera natura, la natura stessa - possiamo dire - è parte dello yoga. Un legame, quello tra yoga e ambiente, che è racchiuso, d'altronde, nelle antichissime origini della disciplina stessa. Non dimentichiamo infatti che, secondo la tradizione, lo yoga venne rivelato ai rishi in meditazione, gli asceti che, vivendo a contatto diretto e continuo con la natura, nella semplicità e nella contemplazione, erano anche fini conoscitori dei suoi segreti intimi e delle leggi dell'universo.

Non è dunque un caso che, nella ricca e vasta simbologia della yoga, gli âsana - ma anche il prânâyâma - abbiano nomi attinti all'universo naturale, come quelli, numerosissimi, di animali, ma anche di astri (nelle varianti del Surya- e del Chandranamaskar, ad esempio), nonché di elementi riconducibili al mondo vegetale (come Vrksâsana, la posizione dell'albero), geologico (quali Tadâsana), atmosferico (come la «posizione del fulmine»), passando per la stilizzazione delle figure geometriche (tra cui Trikonâsana).

Tutte le âsana racchiudono dunque, nell'immediatezza e nella trasparenza della loro essenza, un patrimonio universale ed eterno. Attraverso la pratica yogica è così possibile riconnettersi, in modo diretto ed evocativo, alla realtà primigenia del mondo naturale e alla Creazione tutta. Non solo: ho sperimentato intimamente che praticando a diretto contatto con la natura, è possibile raffinare e vivere pienamente questa percezione fondamentale e vitale.

Ritengo che, nei tanti mutamenti e nelle varie «evoluzioni» attraversati nel tempo dallo yoga, il suo nucleo sia rimasto essenzialmente intatto grazie anche a tale origine «naturale» e ancestrale. Un patrimonio universale e senza tempo, che vanta una completezza unica: basti pensare alla ricchezza rappresentata dalle oltre 900 posture originarie e dalle numerose tecniche di prânâyâma, nonché dalle diverse pratiche di concentrazione e di meditazione, senza dimenticare i nobili pilastri di yama e niyama.

A livello filosofico, la riflessione su «yoga e natura» non può che richiamare la dialettica del vedânta tra Brahaman - l'Assoluto, immanifesto, onniscente ed eterno - e la Prakriti - la natura, il manifesto. Prakriti è Maya, ovvero l' «illusione», ma anche, il principio dinamico che, innestato su Brahman, e poi attraverso l'interazione dei tre Guna, ha dato inizio all'Universo. Tutte le manifestazioni e gli elementi dotati di forma, sostanza e suscettibili di mutamento, differenziandosi, originano dall'azione della natura creatice, Maya Shakti: il principio che ha reso l'Assoluto (purna) incompleto (apurna), l'infinito come finito, il senza forma come forma, e così via. Maya Shakti può anche essere definita come la mente universale dell'Essere Supremo, che nell'individuo si manifesta quale mente, ego e sensi.

La Prakriti, quale Natura creatrice, richiama anche la visione dello yoga tantrico e della fisiologia sottile, in cui il corpo, ovvero il microcosmo, è intimamente interconnesso all'esterno, vale a dire il macrocosmo, e ciò sembra evocare l'essenza e il mistero della Creazione. Va detto che tutti gli elementi che sono presenti nella Natura manifesta (Prakriti) - terra, acqua, fuoco, aria, etere, a cui aggiungiamo la mente e la consapevolezza cosmiche - sono presenti anche nell'individuo.

L'energia creatrice Shakti, o Prakriti - generando la vita nell'universo, e nello specifico ridiscesa nell'uomo attraverso la «sushumma nadi», fino al chakra Mûlâdhâra, della «radice», e lì assopitasi - può essere risvegliata, purificata e sublimata proprio attraverso il cammino yogico. Riattivando e purificando i sette chakra principali, contenenti i vari elementi presenti in natura, dalla «terra» alla Consapevolezza Suprema, è possibile così rientrare in contatto con l'energia primigenia, riconnettersi alla Fonte universale, e quindi anche al nostro enorme potenziale, ovvero la nostra natura più pura e autentica. Quando gli elementi naturali sono risvegliati e in equilibrio all'interno del nostro essere, viviamo nella salute e nell'armonia, nonché nell'espressione piena delle nostre capacità, proprio perché in connessione al Tutto.

Il corpo può essere visto, dunque, non solo come un microcosmo, ma anche, utilizzando un'analogia attinta dal mondo naturale, una sorta di vero e proprio «ecosistema». Così, quando tutto in noi funziona in sincronia e armonia siamo liberi dalle malattie e dalla sofferenza e, come in una sorta di «ecosistema al climax», viviamo nella pienezza e nello splendore. Alla luce di ciò, lo yoga può essere inteso anche come una forma di «ecologia del corpo».

L'interconnessione tra interno ed esterno è racchiusa inoltre nel concetto di prâna, l'energia o «soffio vitale». Prana è respiro, inspirazione, espirazione, ritenzione, lo scorrere del sangue come della linfa negli alberi. Ma anche il vento, il cibo, l'aria, il sole, l'acqua, l'alternarsi delle maree, lo sciogliersi dei ghiacciai. E molto di più.

Il respiro - aspetto della più ampia energia pranica - è il trait-d'union tra corpo e mente, tra il dentro e il fuori. Effettivamente, quando siamo «uniti», diveniamo «integri» e completi: pensiamo all'inglese whole («completo», «integro») e alla sua assonanza con la parola holy, ovvero «santo». Così, al fine di sperimentare la «Totalità» propria dello yoga, è importante sensibilizzarsi non solo a quel che avviene in noi stessi, ma anche arrivare a percepire profondamente la nostra interconnessione con gli altri esseri viventi, con la natura e le sue energie, e infine con il Tutto.

La visione dello yoga è inoltre ciclica. Il mondo e la vita non sono concepiti staticamente, ma nella loro effettiva realtà di continua trasformazione. Quindi, poiché noi cambiamo a seconda dei momenti della giornata e delle fasi della nostra vita, in base alle stagioni, ai movimenti planetari e cosmici, una pratica che vuole essere efficace terrà conto di tali differenze.

Non dimentichiamo che le trasformazioni importanti avvengono tavolta sì in modo dolce e graduale ma, altre volte, passano attraverso mutamenti forti e improvvisi, una sorta di «morte» simbolica (che in pratica può essere un cambiamento di stile di vita importante; oppure la fine di una relazione che non ci dava più gioia) a cui segue, si spera, una luminosa rinascita. Pensiamo alla bellezza della figura di Nataraya, divinità danzante che preside, con maestosa grazia, ai processi ciclici di distruzione e di rinascita e che richiama le fasi della vita e l'alternanza delle stagioni, nonché, in prospettiva più ampia, il susseguirsi degli eoni.

Un autorevole e ispirante richiamo a vivere con flessibilità e coraggio, in questi tempi in cui si cerca spesso di far fronte alle difficoltà della vita con finte certezze e rigidità.

Alla luce degli insegnamenti che arrivano dalla natura e dallo yoga, capiamo come il cammino verso il superamento dell'ego - che è il fine ultimo di questo percorso - proceda di pari passi con un'accresciuta consapevolezza del rispetto della biodiversità, in tutte le sue forme.

Il ridimensionamento dell'ego va inteso quale superamento dell'egoismo, della smania di controllo e di possesso, grandi «veleni» della nostra epoca. Perché soltanto se riusciamo a ridimensionare e, gradualmente, a trascendere il nostro ego, è possibile scoprire e trovare davvero la nostra essenza, oltre ad apprezzare pienamente quella altrui e di tutto quel che ci circonda, vale a dire i doni della vita.

Questo non significa affatto mettere da parte la nostra unicità. Attraverso il cammino yogico è anzi possibile far emergere in modo sano la nostra «unicità», senza identificazione con quel che ci è stato donato e, soprattutto, rispettando e apprezzando le altre «unicità», siano queste di animali, di piante, di altri esseri umani, di luoghi, di culture.

Grazie anche allo yoga è possibile farsi «piccoli», per dare spazio agli altri, all'Altro, nel cammino interiore come nella vita quotidiana. Lo sappiamo ormai bene: il Pianeta non è un sistema infinito e, così, non può logicamente esserci «crescita economica infinita». Perché non cercare, allora, di fare spazio a tutto quel che ci circonda, non solo a noi stessi? E insieme, possibilmente, di accogliere? E anche se quel che ci circonda è in ultima istanza illusorio, essendo una manifestazione di Maya, è pur vero che la vita è un dono immenso che ci è stato fatto per poter fare esperienza dell'Assoluto, per evolverci.

Possiamo scegliere se vivere il «distacco» yogico con atteggiamento di freddezza, indifferenza (e quindi egoismo), fine a stesso, o se piuttosto tendere alla ricerca dinamica, costante e volenterosa di un sano equilibrio in cui vivere con grazia, compassione, rispetto e, aggiungerei, impegno.

Perché lo yoga è anche grande responsabilità: non dimentichiamo che i suoi pilastri sono i principi universali degli yama e le osservanze personali dei niyama. Se non abbiamo ben presente l'importanza di questi, non è possibile dedicarci agli stadi successivi delle âsana, del prânâyâma, figuriamoci la concentrazione e la meditazione. La pratica è dunque uno straordinario laboratorio per sperimentare, con umiltà e dedizione, la nostra intima interconnessione al «Tutto», che è al contempo fuori e dentro di noi.

Nella mia esperienza, quando lo yoga viene proposto e vissuto come cammino squisitamente olistico, avvengono cambiamenti straordinari nelle nostre vite. Quando poi il riferimento alla natura non è solo ideale o teorico, ma diviene pratica nella natura, tutto ciò trova un riscontro concreto ed evidente.

I benefici dello yoga si moltiplicano se pratichiamo in riva al mare, in montagna o nei boschi, a diretto contatto con gli elementi naturali: il sole, il vento, la terra. La sabbia, l'erba, o circondati da alberi. Provate a praticare sentendo l'erba, la terra sotto i piedi, il suo calore e la sua consistenza, magari dopo una camminata scalzi, a diretto contatto anche con le asperità del terreno. In questo modo è possibile, tra l'altro, rafforzare i piedi, le nostre «radici», e di conseguenza tutto il corpo: ottimo spunto, in un mondo in cui c'è il rischio di divenire sempre più «addomesticati». La possibilità di affiancare allo yoga delle passeggiate e delle escursioni integra i benefici dello stesso. Sentire il cinguettio degli uccelli, il ronzio delle api, e non infastidirsi troppo se qualche insetto si posa su di noi, magari quando siamo immobili nel rilassamento finale, dà una prospettiva alla nostra pratica diversa rispetto al praticare in ambienti al chiuso, «protetti», ed è un'occasione preziosa per mettere in pratica la vera arte del distacco.

Nella sadhana personale e nella conduzione di gruppi di yoga all'aperto ho riscontrato che ogni stagione ha il suo fascino: l'inverno è il momento del «letargo», del raccoglimento, dell'intimità. E allora in quella stagione va bene anche «coccolarsi» in casa, dormire di più, praticare in modo gentile, prediligendo lo yoga nidra, la concentrazione, la meditazione.

Il risveglio primaverile consente invece di rientrare in contatto con l'esterno, oltre ad essere propizio al liberarsi dalle tossine accumulate nelle stagioni precedenti. Il sole, il tepore, la luminosità della primavera, l'incanto della natura in fiore rappresentano lo sfondo ideale per la «rinascita» integrale. Con l'arrivo del bel tempo abbiamo una maggiore predisposizione ad ascoltare noi stessi e l'Altro, a riconciliarci con la nostra natura più libera ed autentica e al contempo ad aprirci al nuovo. Siamo più aperti e ricettivi alle novità.

L'estate è il momento dello splendore massimo, stagione del Sole e della pienezza, durante cui riscoprire, perché no, la nostra anima più «selvatica». Il calore, inoltre, aiuta nelle pratiche fisiche più intense, perché scioglie le articolazioni e predispone i muscoli ad una sollecitazione maggiore: quindi è il periodo ideale per dare una sferzata di energia alla nostra pratica. Grazie poi alle giornate più lunghe e luminose, ricchi di energia vitale, possiamo permetterci di dormire un po' meno, magari meditando, come nella tradizione, al «Brahmamurta», momento preziosissimo in cui le forze della natura, tra buio e luce, sono in perfetto equilibrio. In autunno, ancora, non a caso la stagione del raccolto, se abbiamo lavorato con costanza, possiamo finalmente goderci i dolci frutti della pienezza e della maturità, nonché il protarsi delle energie risvegliate e stimolate in precedenza.

I momenti di passaggio tra le stagioni sono pure molto importanti e delicati, e lo yoga ci dona degli strumenti per incontrarli in modo adeguato.

Dato che «siamo quel che mangiamo», è bene curare particolarmente l'alimentazione tutto l'anno, con cibi di stagione, freschi, biologici o naturali e possibilmente locali. Possiamo poi potenziare i benefici delle posture e della respirazione, con le varie pratiche di purificazione (kriya) che consentono di eliminare tossine dai nostri organi vitali: pulizia di stomaco, intestini, ma anche delle cavità nasali e della lingua, ringiovanendoci e rinvigorendoci profondamente. Shankprashlan andrebbe infatti idealmente eseguita a tutti i cambi di stagione. Sarebbe poi bene dedicarsi all'occasionale digiuno. Ovviamente, queste pratiche vanno eseguite, soprattutto la prima volta, sotto la guida di un insegnante esperto e qualificato.

Particolarmente propizi al cambiamento e, quindi, all'evoluzione, sono i momenti di passaggio, quali gli equinozi e i solstizi.

Il Suryanamaskar, ancora, apporta grandi benefici al corpo fisico, emozionale e mentale. Praticato preferibilmente all'alba e al tramonto, esso è un esempio emblematico del rapporto uomo-natura nello yoga. Non a caso il sole per i popoli antichi era la divinità fonte di vita per eccellenza e rimane la nostra fonte primaria di «cibo». E insieme al sole, la luna: gli emblemi delle due forze polari dello Yoga. La vitalità e il calore del Sole, da una parte, la ciclicità e l'introspezione della Luna, dall'altra. Entrambe necessarie e meravigliose. La stessa parola «Ha-tha» racchiude il «Sole» e la «Luna».

Il maschile e il femminile, quindi, il caldo e il freddo, il rajas (l'attività) e il tamas (l'inerzia), Shiva e Shakti. Dalla loro unione scaturisce l'equilibrio ideale, il Sattva. Nella complementarietà e nell'affinità tra queste due forze, cogliamo un senso di unità profonda che va al di là della concezione dualistica: il caldo e il freddo, il maschile e il femminile, il giorno e la notte, la gioia e la sofferenza sono egualmente utili e importanti. In tal modo, possiamo imparare a prendere atto delle polarità come momenti necessari di crescita e di trasformazione, arrivando infine a dominarle e disciplinarle attraverso l'equilibrio che risiede in noi e attorno, ovvero la capacità di integrarli in un «terzo» stato che li racchiude e insieme li supera.

Grazie allo yoga nella natura, infine, arriviamo a percepire la nostra completezza anche nella nostra essenza di essere vivente animale/umano/ spirituale: impariamo a reintegrare nel nostro sé non solo la polarità maschile/femminile, o il contrasto apparente fra «dentro» e «fuori», ma anche tra l'«alto» e il «basso». L'istinto e lo spirito, l'inconscio e l'intelletto vengono in tal modo integrati armoniosamente. Madre Natura è grande maestra di tutto ciò perché tutte queste istanze sono presenti già in essa.

Pensiamo alla posizione dell'albero. In essa, è possibile vivere simultaneamente il radicamento nei piedi, ovvero l'azione della forza di gravità nella parte inferiore del corpo, che dona stabilità, forza e concretezza; e al tempo stesso percepire slancio e leggerezza nella parte superiore del corpo che, come sospinta verso l'alto, richiama un'ascesa verso le dimensioni più spirituali. Mentre, ancora, nel plesso solare, centro del nostro equilibrio e della nostra vitalità, avviene l'incontro tra queste due forze complementari. E andare oltre, percependo i livelli sottili: le radici che, continuando sotto le piante dei piedi, attraverso la terra, si estendono nella sfera sotterranea, nascosta, inconscia. In modo analogo, l'allungamento della parte superiore del corpo, sembra andare oltre il livello prettamente fisico, oltre gli arti superiori e il capo, nell'anelito verso lo spirito, compenetrando l'elemento aria e, in modo ancora più sottile, l'etere.

L'ispirazione migliore per quest'âsana arriva, naturalmente, dagli stessi alberi. Dall'osservazione e dall'ascolto attento e partecipe della loro intima essenza possiamo imparare molto. Nella loro varietà, generosità e silenziosa presenza, tutti gli alberi hanno delle salde radici sotterranee e una chioma protesa verso il cielo, oltre la dimensione visibile. Verso l'infinito.

di Chiara D'Ottavi

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