Namoguru bhe'

il significato, le tecniche
Paolo proietti
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Namoguru bhe'

Messaggioda Paolo proietti » 21 ottobre 2014, 12:15

L'OCEANO E IL GRANDE SAGGIO
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Quando ho conosciuto i tibetani, mi insegnarono, per prima cosa, la pratica del "mantra del rifugio"
Con le mani giunte sopra la testa si recitava “Namoguru bhe”, poi, portandole alla
fronte, “Namobuddhaya”, alla gola “Namodharmaya” e al petto “Namosaṃghaya”.
Guru è il maestro spirituale, ma Namoguru nell'induismo è il Brahman, l'assoluto.
Buddha era induista (!), credo sia una cosa importante da dire.
Non gli è mai saltato in mente di inventare una nuova filosofia o una nuova religione.
Bhe non so cosa significa e ogni tibetano lo diceva in modo diverso, ma forse viene
da bha che in sanscrito vuol dire luce.
Buddha è il risvegliato, l'illuminato.
Dharma vuol dire sia legge che natura, direi legge naturale.
Saṃgha è un gruppo, un ordine, una confraternita e Ya nei mantra sta quasi sempre
ad indicare la persona o l' anima individuale, il jīvā.
I monaci traducevano “Namoguru bhe Namobuddhaya Namodharmaya Namosaṃghaya “, con “prendo rifugio [“I take refuge ...”] nel Guru, nel Buddha, nel
Dharma e nel Saṃgha”.
Di sicuro non è una traduzione letterale: rifugio in sanscrito si dice āśraya, o śaraṇa,
ma se Jinpa diceva così avrà avuto le sue buone ragioni.
Il termine Saṃgha è intrigante.
È l'insieme degli ordini monastici, oppure una comunità di persone che si
riconoscono negli insegnamenti del Buddha, ma è anche la tavola rotonda di Artù, o,
meglio, un suo parente stretto.
Śuddhodana, il padre di Siddhārtha era a capo di una Lega di città-stato governate da
un'aristocrazia guerriera, tipo la Dodecapoli Etrusca, o la Lega del Peloponneso di
Sparta e Corinto.
I nobili si riunivano in assemblee chiamate proprio Saṃgha, una specie di parlamento
federale, dove le decisioni si prendevano a maggioranza.
La leggenda vuole che a Śuddhodana il sistema delle caste non andasse a genio.
Ce l'aveva soprattutto coi brahmini, più sensibili alla luce dell'oro che al bagliore dei
fuochi sacrificali, e si dette da fare per limitarne il potere.
Il clero non la prese mica tanto bene: nel giro di qualche decennio il piccolo regno
degli Śākya venne distrutto.
Il figlio di Śuddhodana fondò allora un ordine di monaci che avrebbe lottato contro
la corruzione dei Brahmini con le armi dell'amore, della compassione e del Dharma,
la legge universale.
Questa “Confraternita di guerrieri dello spirito” pere il nome di Saṃgha, come il
parlamento delle città stato.
Bella storia.
Così bella che sembra inventata.
Nel Tibet medioevale, diviso in decine di piccoli regni bellicosi, l'utopia di Siddharta
attecchì meglio dell'erba medica.
I preti guerrieri, i pawo, costruirono monasteri simili a fortezze, abolirono il diritto di
sangue e misero a capo del Saṃgha due diverse figure, scelte non per la appartenenza
a caste o gruppi di potere, ma per certi segni fisici e caratteriali: il Dalai Lama e il
Panchen Lama, sole e luna del buddismo tibetano.
Dalai è una parola mongola che vuol dire Oceano.
Panchen è invece il sanscrito paṇḍita, erudito, con l'aggiunta di chenpo, grande in
tibetano.
Il Lama “Oceano” governa, stringe accordi, giudica.
Il Lama “Grande Erudito” veglia sull'insegnamento venuto dall'India.
Il Manzo non Esiste

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