Visione di un simbolo

il significato, le tecniche
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Messaggioda mauro » 22 giugno 2014, 17:05

guarda, con me sfondi una porta aperta: non credo ai realizzati. Almeno A. aveva l'onesta' di ammettere che non lo era.
Tu?

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Messaggioda mauro » 22 giugno 2014, 17:14

aggiungo: per poter dire che un autore abbia scritto un libro di ricette senza aver mai cucinato alcun piatto, bisogna che quel piatto tu, che leggi quel libro di ricette, lo abbia davvero cucinato... no?

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Messaggioda DELETED » 22 giugno 2014, 22:05

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Messaggioda mauro » 23 giugno 2014, 8:43

basta mettersi d'accordo sul concetto di maestro. Se per maestro intendi uno che ha "realizzato l'assoluto" e ha trasmesso questo "insegnamento perfetto" ai suoi discepoli cosi' che essi stessi si siano realizzati, conosco ben pochi maestri di tal fatta, e per quei pochi che si dice abbiano raggiunto tale meta, il crederci e' questione di sola fede.
Se invece un maestro e' colui che ha fatto un percorso di vita e ha conseguito le relative realizzazioni, piccole o grandi che siano, allora siamo tutti maestri.

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Messaggioda Ventus » 23 giugno 2014, 12:22

Come dicevo, ho letto qualcosa di Aurobindo: “Lo yoga dell’autoperfezione” in “La sintesi dello yoga”, Ubaldini editore.
La lettura è stata bella e a tratti entusiasmante. Ci ho trovato un’aria familiare, e mi è parso uno yoga classico espresso (finalmente) in termini contemporanei.
Se duemila anni fa lo Yoga Sutra di Patanjali ha presentato la struttura essenziale di funzionamento del Raja Yoga, quindi della vita pensante nel mondo, Aurobindo adesso lo presenta in azione e mette in grado chiunque di seguirlo.
Il disegno complessivo mi ha ricordato Vivekananda di fine ‘800, come emerge dalla lettura di entrambi i suoi libri (“Jnana Yoga” e “Yoga Pratici”), e anche Vijnanabhairava e Siva Sutra della fine del primo millennio, ma Aurobindo arriva molto più in dettaglio e mostra la vita in azione.
C’è un disegno alla maniera di Vivekananda ma anche un disegno cristiano (che a sua volta non dovrebbe perdere il collegamento con il silenzio e con il corpo vivente).
Naturalmente il testo non ripete “pari pari” i testi della tradizione, perché l’autore li sta applicando alla vita quotidiana. E’ un autore sincero, molto avanzato e alto.

Credo di aver trovato qua e là degli errori di traduzione o di trascrizione (incertezze tra “dentro” e “fuori” e nelle direzioni “avanti” e “indietro”, e poi parole con grafie cangianti) che forse sono superabili, ossia non sono errori affatto ma sono scambi voluti, con una migliore conoscenza di qualche testo di Ati Yoga (Mahamudra e Dzogchen).

La Supermente mi pare fondamentalmente un altro modo di presentarsi della “natura della mente”, della “mente originaria”, della “nuvola” di Yoga Sutra, del “Regno dei Cieli” dentro di noi, della Grazia, e posso dire anche di certe forme di ”atto puro”, della vacuità e della “semiosi infinita”.
Certo non è una “cosa” che uno può cercare in giro per il mondo. E’ qualcosa che ciascuno è già fin dall’inizio, sebbene velata e oscurata dal semplicissimo fatto che “non ci stiamo attenti”. E’ un modo dell’essere, anzi è un “modo di essere” che ci appartiene già, è essere, e illumina alimentando noi e tutto quello che “vediamo” dentro e fuori. L’esercizio cui siamo chiamati è quello di accorgercene, e poi di lasciarla essere, contemporaneamente elevandoci a essa (in meditazioni formali, se si vuole, e anche informali, nella vita).

Aurobindo la chiama Supermente per aiutare il lettore a comprendere che non si sta parlando di qualcosa che sta da qualche altra parte, ma della sua stessa mente, (della mente che sta leggendo adesso in questo schermo, e che poi farà ancora questo e quello, sempre sapendo/facendo...) delle frontiere altissime ed evanescenti della stessa mente che ciascuno usa tutti i giorni.
Qualcosa che si raggiunge “raffinando” i propri pensieri o il proprio modo di pensare e di essere. Per esempio, come spiega Aurobindo, nella capacità di passare da una considerazione delle “cose” a una considerazione di forze ed energie, e poi di relazioni, e poi di “segni”. Questa è una parola ricorrente nel libro, appare più volte, e non è per niente aliena allo yoga. Tanto che appartiene anche al primo libro mai scritto sullo yoga: Yoga Sutra di Patanjali, dove è il livello del samadhi ananda (pagina 46 della edizione Ubaldini commentata da Taimni, corrispondente allo stadio dei guna detto “Linga”, a pagina 171 dello stesso testo).
Forse i sapienti di Alessandro e i sapienti dell’Oriente avevano fatto davvero delle belle chiacchierate: “Davvero l’Essere? Anche io! Anche lui!”.

All’inizio, il disegno complessivo sembra un po’ lussureggiante, e credo che Pratyahara e Dharana siano più facili se faccio riferimento direttamente e subito ai segni. Ma Aurobindo scriveva queste cose negli anni ’30 o ’40 al massimo, e stando alla cultura yoga tradizionale non poteva che parlare così. Tanto più che spesse volte nel suo testo richiama proprio il concetto di “segno”. Ci ritorneremo ancora.
Il disegno complessivo è quello di una enorme ciambella che diventa un toroide in perpetua rotazione e trasformazione ed è la nostra stessa esperienza quotidiana nella sua inesauribile ricchezza ed effervescenza di riferimenti e luci.

Le sue descrizioni sul funzionamento della mente sono in linea con Yoga Sutra, che però era in forma aforistica, quindi estremamente abbreviata, mentre Aurobindo le arricchisce magistralmente con altre conoscenze che potrebbe aver ripreso dalla tradizione della Sri Vidya e dello Ati Yoga (Mahamudra e Dzogchen), e con conoscenze pratiche della sua propria vita quotidiana, oltre che di una indubbia e fecondissima “illuminazione” (che non è un altro raggio speciale che si aggiunge alla vita, come a un Luna Park, ma è questa stessa vita, intesa... per quel che è, quando è guardata/agita/vissuta tutta assieme con candore).
Leggere le ricche descrizioni di Aurobindo aiuta a riconoscerle subito (le descrizioni) e sempre meglio anche nella propria esperienza, e poi a viverci in perpetua elevazione/approfondimento.

Apparentemente fuorviante ma invece molto utile, il ricorso a parole diverse per indicare quella che sembrava essere una medesima cosa, accompagnando quindi il lettore in una esperienza attuale e immediata di quello che il libro sta spiegando.

Anche in questo testo ho trovato qualcosa che mi pare di trovare sempre nei testi dello yoga: il riferimento, di tutti gli insegnamenti e di ogni crescita spirituale, ad un “livello zero” o “vita elementare” che però è intesa come estremamente appetitiva, istintuale, ignorante, egoista, ... e mi sembra troppo basso.
Questo punto di partenza va forse bene per spiegare chiaramente come può avvenire una crescita spirituale “in un libro”, come in un libro di “geometria euclidea” che parte dal punto e dalla retta... per poi andare avanti a figure più complesse. Però mi sembra fuorviante nella pratica quotidiana, perché nessun praticante di discipline spirituali è davvero così “appetitivo”, fisico, ignorante e ottusamente e caparbiamente... scientista.
Ogni bambino moderno ha già una pratica di diversi anni nella “posizione stabile e comoda”...
Secondo me, affrontare i passi dello yoga con la consapevolezza (errata) di essere così tanto carenti (cosa non vera) finisce per rendere molto più difficile ogni avanzamento. Come se alla fin fine si prevedesse e si cercasse un avanzamento elevato a potenza, che non è richiesto affatto dai testi.
La meditazione non è uno stato speciale e soprannaturale, ma è quel che fa ogni passeggero di autobus, ogni genitore col bambino in braccio, ogni essere vivente in certi momenti qua e là nella giornata, strato permanente più o meno ricoperto/velato/dimenticato, e poi nelle sedute formali può venire semmai evidenziato sempre meglio. Come spiega bene Aurobindo.

Punti notevoli (secondo me e i miei interessi attuali).
(Le citazioni sono scritte in fretta e a volte sono un po’ approssimative ma rispecchiano perfettamente il contenuto del libro, e per supplire vi ho aggiunto i numeri di pagina).

Per evitare che lo studioso intenda ogni evoluzione come cosa sostanzialmente irraggiungibile e... di là da venire, che sarebbe l’esatto contrario di quel che vuole dire, Aurobindo ricorda in più punti e in vari modi che l’anima o lo spirito agisce già sempre a tutti i livelli della vita quotidiana.
P.182 dice qualcosa del tipo “La natura è autoespressione del Purusa, ma sembra altro a causa di autolimitazioni nostre”.
P.184 occorre “scendere fino al reale sé”, lo spirito è qualcosa di “sempre fluente in noi”.

A pagina 202-203 esorta a essere sempre pronti ad abbandonare ogni comprensione già raggiunta per attingere altre comprensioni sempre più onnicomprensive.

Pag. 204 “la vittoria è sicura”. “La forza del praticante non è la sua ma della Shakti”.

Pag. 212 “ogni cosa della mente deriva dalla supermente”, perché “ogni cosa deriva dallo spirito”.

Pag. 216, l’autore ritiene ragionevole supporre l’esistenza di qualche forma di “Oltre” anche più elaborata di quella che lui presenta nel testo, in quanto gli “eventi di natura” non sono semplicemente “lampi in mezzo al buio” ma seguono qualche forma di legge di natura piuttosto costante e duratura (fiori, cavalli, boschi, mari, ...).
Poi vede una sicura “identità di origine” delle cose nel fatto evidente che noi... ci vediamo tra noi.

Pag. 218 vede la ragione e l’intelletto come restrizione e impoverimento di qualcosa che non sarebbe ristretto affatto. Parla della supermente come di qualcosa che affiora continuamente.

Pag. 230 parla della “sostanza sopramentale raggiante” e della supermente che ne è una prima emanazione e trasformazione (tutte cose che non sono fuori ma sono dentro di noi, pur animando tutto, dentro e fuori).

Pag. 236, particolarmente suggestiva la metafora della “stoffa” per indicare la mente normale che “avvolge”, velandoli parzialmente, gli strati più profondi e più alti della supermente sempre attiva e sempre presente e offrente. (Insomma, la “supermente”, la “mente intuitiva” e la “mente” nei suoi diversi strati sono sempre e solo addensamenti più o meno densi di un’unica sostanza fondamentale, lo spirito o il Purusa, potremmo dire... trasparente).

Pag. 239, “a questo punto [...] tutto è essere”. E qui Aurobindo riprende un altro concetto che appartiene alla filosofia da sempre e che però non è affatto alieno allo yoga. In Yoga Sutra I-17, che offre la prima definizione del samadhi, Patanjali dice “Il samprajnata samadhi è quello cui si accompagnano il ragionamento, la riflessione, la beatitudine e un senso del puro essere”, e poi questi quattro livelli sono esperiti uno per uno nei livelli superiori.
Basta ricordare che il “senso del puro essere” è appunto un “senso” ossia qualcosa di vissuto/assaporato, quindi si parla di un essere che non è metafisico e altrove ma è esperito adesso.
Quindi l’essere c’è anche nello yoga, e ogni cammino sapienziale può fattivamente aiutare tutti gli altri.

Pag. 240, non si deve pensare che i livelli siano separati, sono contemporanei.

Pag. 242, non è richiesta una “sostituzione” di parti d’anima ma una naturale “conversione”, accorgersi, risveglio.

Pag. 262, collega il veggente e il pensatore (evoluzione è proprio il saper abbandonare le macchinazioni quotidiane e gli appetiti per saper essere veggenti o pensatori... in quella stessa vita quotidiana. Trasparenze di Tao).

Pag. 261, la mente che a volte continua a fondarsi sull’ignoranza e si irrigidisce e si oppone alla supermente che la nutre in sempre maggiori trasparenze.

Pag. 298, tutto questo movimento evolutivo dalla mente fisica alla coscienza spirituale è un camminare all’indietro, nel profondo.

In conclusione, questo libro di Aurobindo riprende la tradizione del classico Raja Yoga in modo molto moderno, alla luce di una preparazione culturale molto più vasta dei suoi predecessori, e di una eccezionale capacità introspettiva/yoga.
Leggerlo è già un’ottima meditazione ad occhi aperti (che è poi lo scopo di ogni meditazione a occhi chiusi) e in più facilita ogni meditazione formale di raja yoga (spiega bene cosa e come... guardare/essere/fare/aiutare) nella vita quotidiana.

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Messaggioda mauro » 23 giugno 2014, 17:51

l'importante e' distinguere tra supermentale e sovramentale, in A.
Il supermentale e' la massima espressione della mente, io la vedrei come la "mente universale" o mahat.
Il sovramentale trascende la mente, ed e' nel campo della beatitudine.

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Messaggioda trasparente » 24 giugno 2014, 8:48

mauro ha scritto:l'importante e' distinguere tra supermentale e sovramentale, in A.
Il supermentale e' la massima espressione della mente, io la vedrei come la "mente universale" o mahat.
Il sovramentale trascende la mente, ed e' nel campo della beatitudine.


Dice Sri Aurobindo [tratto da "L'ora di Dio"]:

- "La Supermente è qualcosa che si troverà oltre l'uomo mentale e i suoi limiti; è una coscienza più grande della più grande coscienza propria alla natura umana".

- "La Supermente si situa tra il Saccidananda [...] e la creazione inferiore".

- "La Supermente è il grado di esistenza oltre la mente, la vita e la Materia [...]".


Questa Supermente, da ciò che ho compreso, è la mente di Verità che sostiene ogni cosa, segretamente.

E' ciò che fa girare i cosmi, senza che i cosmi ne siano pienamente o completamente coscienti.

E' il segreto della natura, presente anche in noi.

Una volta scoperta ed attirata in questo piano di manifestazione, [secondo Sri Aurobindo] essa esprimerà sé stessa qui sulla Terra, nella materia offuscata, determinando una modificazione del gioco della vita.

Un saluto

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Messaggioda DELETED » 24 giugno 2014, 12:21

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Messaggioda mauro » 24 giugno 2014, 12:44

perche' non rispondi a me, marspiter?
sono d' accordo con te: Aurobindo non e' un maestro, perche', come tu dici, un maestro ha "realizzato la verita'" e l'ha trasmessa in modo perfetto ai suoi discrpoli, che a loro volta l'hanno realizzata.
D'altronde lui stesso ammise di non aver realizzato il supermentale quindi non vi e' questio disputanda.
Posto cio', pero', vorrei sapere, a tuo avviso, chi e' stato (o e') maestro secondo la definizione sopra scritta e sulla quale siamo entrambi d'accordo.

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Messaggioda mauro » 24 giugno 2014, 12:59

si trasparente hai ragione, ho invertito i termini, motivo in piu' per raccomandare di non fare confusione: la terminologia in A e' piuttosto sottile.

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Messaggioda DELETED » 24 giugno 2014, 14:40

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Messaggioda fabio » 24 giugno 2014, 15:41

mauro ha scritto: Aurobindo non e' un maestro, perche', come tu dici, un maestro ha "realizzato la verita'" e l'ha trasmessa in modo perfetto ai suoi discrpoli, che a loro volta l'hanno realizzata.


Qui faccio un pò di black out. Perchè mai tra i requisiti di un maestro dovrebbe esserci una tale capacità di trasmissione? Non dovrebbe dipendere piuttosto dall'aspirante? Che colpa ne ha un (ipotetico) maestro se i suoi discepoli non capiscono una cippa? O se semplicemente non sono pronti? Come è possibile trasmettere una realizzazione?
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Messaggioda mauro » 24 giugno 2014, 16:51

Fabio ho fatto mia una definizione suggerita da marspiter in questo thread. D'altronde se tu avessi letto anche un mio post precedente avresti notato che contrapponevo a questa visione una piu' prosaica, delle "piccole realizzazioni" di cui siamo tutti testimoni e maestri.
Ultima modifica di mauro il 24 giugno 2014, 17:01, modificato 1 volta in totale.

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Messaggioda mauro » 24 giugno 2014, 16:58

fabio ha scritto:
Qui faccio un pò di black out. Perchè mai tra i requisiti di un maestro dovrebbe esserci una tale capacità di trasmissione? Non dovrebbe dipendere piuttosto dall'aspirante? Che colpa ne ha un (ipotetico) maestro se i suoi discepoli non capiscono una cippa? O se semplicemente non sono pronti? Come è possibile trasmettere una realizzazione?


Beh a dirla tutta, se un maestro e' colui che ha "realizzato la verita'", mi pare normale che scelga i suoi discepoli in maniera tale che essi siano qualificati per giungere essi stessi alla realizzazione, altrimenti che trasmissione di conoscenza e'? Se non e' confortata dalla realizzazione essa non puo' essere perfetta, e se non puo' essere perfetta essa e' fallace ed ingannatrice, soggetta a degradazione ed inabissamento ( come peraltro e' successo in tutte le tradizioni). Ecco perche' ritengo che non siano mai esistiti maestri di tal fatta.

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Messaggioda mauro » 24 giugno 2014, 17:04

Marspiter ha scritto:
A mio avviso non lo so. Posso dire solo della mia yoghini, ma non mi e' permesso dire, proprio perche' maestra seria, ne' io sono realizzato, ne' di se' mai lo ha detto. Quindi e' esclusa.


grazie per la tua onesta' intellettuale, marspiter.


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