AT, e la croce?

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Messaggioda grazianozap » 16 aprile 2012, 13:33

tra l'altro vorrei sottolineare come Sai Baba nelle ultime interview continuava ad insistere alle continue lamentele con un secco be happy, be happy, be happy.
samastaloka sukhino bhavantu

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Messaggioda AT » 16 aprile 2012, 14:38

cinque ha scritto:buongiorno
sono d'accordo, quella è la strada da seguire.

Buddha ha parlato di sofferenza come base della nostra vita più di 2500 anni fa.

certo i dolori possono assumere vari aspetti, ma rimane la base della vita.
però il dolore va eliminato, almeno diminuito, e la sua conoscenza è la base per vincerlo, o almeno sopportarlo.
dolore come sofferenza da eliminare e non come valore.

o no?

namaste

Io sono fermamente convinto di no. Piacere e dolore sono esperienze, e non ha senso concepire il piacere come "buono" e il dolore come "cattivo". Il discorso etico è molto più complesso, esistono piaceri cattivi e dolori buoni. Illudersi di rimuovere il dolore, evitare (per paura?) di porsi apertamente di fronte al lato terribile della realtà, è un atteggiamento superficiale e falso.
Il dolore è un passaggio ineludibile per capire il mistero dell'esistenza, qualcuno ha detto che il dolore "è la carezza di Dio". Il tutto, però, come ho già detto, a condizione di porsi correttamente al cospetto del dolore: nucleo centrale sattvico, e interezza. In questo modo, non può esserci equivoco di cadere in qualche perversione. Trovo che la cultura del "non dolore", spesso ispirata ad un'etica utilitarista e proposta da molti contemporanei, da Veronesi a Singer, sia una delle aberrazioni etiche più pericolose e fuorvianti in circolazione.

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Messaggioda Sirah » 16 aprile 2012, 16:01

...
Ultima modifica di Sirah il 18 aprile 2012, 15:11, modificato 1 volta in totale.
Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa.

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Messaggioda AT » 16 aprile 2012, 16:18

Guarda, di questi argomenti (eutanasia, malattie, dolore estremo, difesa del diritto alla vita) se ne era già ampiamente parlato. Nella mia vita ho incontrato diversi tipi di dolore, alcuni dei quali piuttosto intensi. Ho visto malati in condizioni gravi, e sono stato a Lourdes. Puoi vedermi come un perverso, anche se io naturalmente non condivido, ma non puoi vedermi come un ipocrita. Ma ti ricordo quello che avevo già detto sull'argomento:

Una volta accettato il principio dell'eutanasia di Stato, si accetta anche il principio in base al quale ci sono vite indegne di essere vissute. E' facile immaginare a quali pressioni da parte dell'ambiente esterno sarebbero soggette le persone scomode con un'eutanasia diffusa, legalizzata e praticata comunemente. Ben presto la "libera scelta" diventerebbe una "libera imposizione", o peggio, una programmata eliminazione basata sui criteri di un'etica utilitarista. Credo che la difesa della vita da parte della Chiesa in questo caso abbia il valore di affermare che il senso della vita umana non è riducibile a parametri utilitari, e che la sofferenza è un'esperienza dotata di senso profondo. In altre parole, è una difesa della profondità e complessità della vita umana contro meccanismi riduttivi tipici delle influenze del primo tipo.

Trovo che la presenza nella nostra cultura del principio che la vita umana vada difesa dal concepimento fino alla morte naturale, principio portato avanti dalla Chiesa Cattolica contro tante tendenze contrarie, sia una presenza oltremodo importante ed interessante.
E questo nonostante il fatto che l'evolversi delle tecnologie potrebbe portare in un futuro prossimo all'improponibilità pratica di tale principio nella sua formulazione attuale: nuove tecnologie riproduttive, la pressante richiesta dell'eugenetica da parte di certi ambienti, la possibilità di prolungare la vita umana tecnologicamente in modo sempre più insostenibilmente lungo.
In altre parole, per me la presenza di tale principio simboleggia un valore veramente universale, capace di distinguere la civiltà dalla barbarie: l'idea che, al di là di istinti biologici, volontà di potenza individuale o collettiva, razionalità utilitaria individuale o collettiva (che io chiamo influenze del primo tipo) esistano influenze qualitativamente diverse e trascendenti. Nel momento in cui la Chiesa difende la vita anche in condizioni di grave sofferenza, o di grave invalidità, afferma con forza che l'essere umano è fatto per guardare anche al di là di istinti biologici, razionalità utilitaria o volontà di potenza. E che non può essere ridotto ad ingranaggio di macchine collettive finalizzate unicamente ad orizzonti dominati da tali influenze.
Vite indegne di essere vissute non ne esistono, a meno che la cultura in cui si vive o la propria debolezza interiore non ci inducano a immaginare che siano tali.
Quando sono stato a Lourdes ho potuto constatare molta più Speranza, e autenticità, in tante persone malate o handicappate rispetto alla vita ordinaria dominata spesso solo dalle influenze del primo tipo. Trovo che le idee portate avanti dai sostenitori dell'eutanasia siano spesso pericolosamente oscillanti verso l'utilitarismo o verso filosofie della volontà di potenza collettiva. E vedo in tali tentativi la sempre ricorrente pressione delle influenze del primo tipo di sommegere, oscurare, cancellare l'accesso ad influenze trascendenti. E' in questo senso che percepisco con estrema forza e chiarezza che la battaglia portata avanti dalla Chiesa in tal senso abbia "qualcosa di importante da dirmi". Questo pur sapendo che la necessità di far fronte alle influenze del primo tipo, unita all'evoluzione tecnologica, potrebbero richiedere la nascita di sistemi di valori più complessi.
Compiango la cecità utilitarista di chi non vede il senso profondo della vita anche, e a volte soprattutto, nel dolore, o l'arrogante volontà di potenza idolatrica di chi preme per un'eugenetica finalizzata a produrre docili animali umani da lavoro, e invece ammiro la sofferenza vissuta con Speranza, Fede e Carità che ho visto in diversi casi.

E infine:
Se rileggi quello che ho scritto, trovi:

C'è da dire però che il prolungamento sempre maggiore della vita umana con mezzi tecnologici, con tutti i problemi che questo può portare, apre scenari in gran parte imprevedibili e difficili da gestire, nei quali la nascita di nuovi criteri etici sembra inevitabile. Io ho solo cercato di interpretare quali preziosi riferimenti spirituali, universali, agiscano nel profondo della difesa della vita "dal concepimento alla morte naturale" da parte di alcuni ambienti cristiani.

E anche:

Trovo che le idee portate avanti dai sostenitori dell'eutanasia siano spesso pericolosamente oscillanti verso l'utilitarismo o verso filosofie della volontà di potenza collettiva. E vedo in tali tentativi la sempre ricorrente pressione delle influenze del primo tipo di sommegere, oscurare, cancellare l'accesso ad influenze trascendenti. E' in questo senso che percepisco con estrema forza e chiarezza che la battaglia portata avanti dalla Chiesa in tal senso abbia "qualcosa di importante da dirmi". Questo pur sapendo che la necessità di far fronte alle influenze del primo tipo, unita all'evoluzione tecnologica, potrebbero richiedere la nascita di sistemi di valori più complessi.

E anche:


Credo che la difesa della vita da parte della Chiesa in questo caso abbia il valore di affermare che il senso della vita umana non è riducibile a parametri utilitari, e che la sofferenza è un'esperienza dotata di senso profondo. In altre parole, è una difesa della profondità e complessità della vita umana contro meccanismi riduttivi tipici delle influenze del primo tipo.

Non mi sembra di aver difeso un sistema rigido di norme esteriori, ma di aver cercato di interpretare il significato profondo di certe presenze culturali nella nostra società.
Esiste un mondo del divenire, della storia, del mutamento, degli adattamenti, ed esiste un mondo dell'Essere e dell'Eternità. I grandi valori etici si basano sul rapporto dell'essere umano con l'Essere, e su principi immutabili che devono essere calati ed adattati alle contingenze mutevoli.
Il principio che ho difeso, è che la dignità ontologica dell'essere umano non dipende né dalla forza che ci si trova a possedere in una data contingenza esistenziale (volontà di potenza) né dallo stato di benessere o dolore in cui ci si trova, né dall'utilità della propria esistenza rispetto alle esigenze sociali. In altre parole, la dignità ontologica dell'essere umano non dipende dalle influenze del primo tipo, ma da qualcosa di incommensurabilmente più profondo e reale. Conseguenza diretta di tale principio, è che non esistono vite indegne di essere vissute. Inoltre ho difeso l'idea, presente in molte tradizioni sacre, che il dolore possieda un significato profondo, soprattutto quando risulta incomprensibile alla mentalità utilitaria.
Come siano da tradurre in pratica tali principi in un futuro di grandi sconvolgimenti tecnologici e di grandi mutamenti dell'organizzazione della vita umana, è difficile da sapere. Ma io vedo la presenza della Chiesa Cattolica, e vedo la presenza di movimenti culturali contrari spesso ispirati da ideologie filosofiche dominate esclusivamente dalle influenze del primo tipo. E mi rendo conto che il senso della battaglia portata avanti dalla Chiesa è di difendere la dignità ontologica e la vocazione trascendente dell'essere umano contro ideologie il cui significato è di ridurre l'esperienza umana al livello delle influenze del primo tipo, sia quando si basino sulla volontà di potenza collettiva e sull'eugenetica, sia quando si basino sull'idolatria del "benessere". Il significato ultimo di tali ideologie, anche quando si presentino in vesti "buoniste", è la schiavitù e la perdita di senso.
La figura di Giovanni Paolo II che accetta fino in fondo la propria lenta agonia, aggrappato alla croce, e muore benedicendo l'umanità, è un simbolo più forte di tutte le chiacchiere sul "benessere" e sulla vita degna di essere vissuta solo quando soddisfa pregiudizi utilitaristici.

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Messaggioda Sirah » 16 aprile 2012, 16:19

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Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa.

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Messaggioda jasmin » 16 aprile 2012, 16:31

AT ha scritto:Io sono fermamente convinto di no. Piacere e dolore sono esperienze, e non ha senso concepire il piacere come "buono" e il dolore come "cattivo". Il discorso etico è molto più complesso, esistono piaceri cattivi e dolori buoni. Illudersi di rimuovere il dolore, evitare (per paura?) di porsi apertamente di fronte al lato terribile della realtà, è un atteggiamento superficiale e falso.
Il dolore è un passaggio ineludibile per capire il mistero dell'esistenza, qualcuno ha detto che il dolore "è la carezza di Dio". Il tutto, però, come ho già detto, a condizione di porsi correttamente al cospetto del dolore: nucleo centrale sattvico, e interezza. In questo modo, non può esserci equivoco di cadere in qualche perversione. Trovo che la cultura del "non dolore", spesso ispirata ad un'etica utilitarista e proposta da molti contemporanei, da Veronesi a Singer, sia una delle aberrazioni etiche più pericolose e fuorvianti in circolazione.


Allora AT per esperienza personale ti dico ben venga la cultura del "non dolore", ti assicuro che non è necessario arrivare a contorcersi per la sofferenza per capire il divino e prendere coscenza dell'amore di Dio.
Credo che si può parlare di dolore anche quando sei un malato grave e ti senti disperato. Quando pensi che Dio ti abbia abbandonato e poi per un fattore inspiegabile scopri che non è così.
A costo di fare inorridire qualcuno, mi sento di dire che la malattia può essere "un dono", qualcosa che ti rivoluziona la vita. E se si ha la buona sorte di sopravvivere può succedere che si possa avere il tempo di realizzare un effettivo cambiamento della propria persona, dare spazio alla propria anima. Vedere ciò che ti interessava prima ed era per te essenziale come l'ombra di qualcosa che non ha più attrattiva.
Ho avuto modo di conoscere persone stupende nei posti che la maggior parte delle persone considera pù tristi del mondo. Purtroppo non sempre è facile spiegare a parole avvenimenti che si svolgono su altri piani, ma si tenta per quello che si può.

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Messaggioda AT » 16 aprile 2012, 16:32

Sirah, stai continuando ad insinuare che io nella mia vita non ho mai incontrato dolori intensi, e ti assicuro che questo è falso.
Inoltre non hai letto quello che ho scritto, perché io ho sottolineato che l'idea che il dolore abbia un significato profondo può essere molto pericolosa, e si può scivolare in forme di follia distruttiva o auto-distruttiva. Per distinguere chiaramente tali pericoli da un approccio positivo al dolore, ho posto due condizioni: il riferimento di un nucleo centrale sattvico, e l'interezza. Ovvero, per porsi correttamente al cospetto del dolore, bisogna impegnarsi nell'etica, e impegnarsi per la salute, l'armonia e lo sviluppo delle qualità positive dell'essere umano. Questo significa che ci si deve curare, e che se esistono sistemi per aiutare un malato, questi vanno usati. Solo dopo aver fatto tutto il possibile per indirizzare gli eventi in modo positivo, ci si può aprire alla grande e misteriosa esperienza del dolore. Ti ripeto ancora una volta, però, che la vera etica deve tenere conto della razionalità utilitaria, ma non coincide con la razionalità utilitaria, e va ben oltre. Le tendenze espresse da un personaggio profondamente negativo come Umberto Veronesi, invece, vanno in direzione opposta, in modo piuttosto sinistro.

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Messaggioda cinque » 16 aprile 2012, 18:32

AT ha scritto: Illudersi di rimuovere il dolore, evitare (per paura?) di porsi apertamente di fronte al lato terribile della realtà, è un atteggiamento superficiale e falso.


ehm... ehm.. Gesù guariva gli ammalati....

"venite a Me..."

ehm... ehm..

namste

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Messaggioda AT » 16 aprile 2012, 19:09

cinque ha scritto:
AT ha scritto: Illudersi di rimuovere il dolore, evitare (per paura?) di porsi apertamente di fronte al lato terribile della realtà, è un atteggiamento superficiale e falso.


ehm... ehm.. Gesù guariva gli ammalati....

"venite a Me..."

ehm... ehm..

namste

Scusa, ma che mi affatico a fare a risponderti, se poi non leggi nemmeno quello che dico con attenzione? Ho forse detto che non si devono curare i malati? Dove? Ho forse detto che non si deve avere una mentalità positiva? Il dolore è un aspetto della realtà. Illudersi di rimuoverlo, significa non avere il coraggio di guardarlo in faccia, e non aprirsi agli insegnamenti che esso porta con sé.
Ho detto ripetutamente che, per aprirsi a tali insegnamenti, occorrono delle condizioni di interezza, e che senza tali condizioni c'è il rischio della follia auto-distruttiva. Ho detto che puoi aprirti all'esperienza del dolore solo dopo che ti sei impegnato per indirizzare gli eventi in positivo.
Pensa a quante persone sono guarite a Lourdes, o a quanti vi hanno trovato conforto spirituale o la Fede. Eppure, pensa a quanto dolore si vede, a Lourdes, e a quanti imparano a vivere questa esperienza con calma interiore e speranza. O a quanto dolore ci fu nella vita di Bernadette. O a come Cristo stesso esortasse a prendere la propria croce, e seguirlo. I Vangeli sono ricchissimi di esperienze dolorose, ma forniscono anche una Speranza per guardare al di là, e una chiave interpretativa per dare un senso profondo al dolore stesso.

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Messaggioda cinque » 20 aprile 2012, 16:04

penso quante persone a Lourdes hanno perso la fede.
penso a quante persone nel dolore hanno perso la fede.
penso a quante persone nel dolore e vorrebbero fare cambio con me o te.

"...Illudersi di rimuoverlo, significa non avere il coraggio di guardarlo in faccia, e non aprirsi agli insegnamenti che esso porta con sé..."

capisco il tuo atteggiamento
però mi sembra di leggere una contraddizione enorme nella stessa frase.
se guardi in faccia il dolore è più facile che tu lo rimuova, o almeno lo diminuisca, e questa non è illusione.

o no?

namaste

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Messaggioda fabio » 20 aprile 2012, 17:02

AT ha scritto:
Illudersi di rimuoverlo, significa non avere il coraggio di guardarlo in faccia, e non aprirsi agli insegnamenti che esso porta con sé.
Ho detto ripetutamente che, per aprirsi a tali insegnamenti, occorrono delle condizioni di interezza, e che senza tali condizioni c'è il rischio della follia auto-distruttiva. Ho detto che puoi aprirti all'esperienza del dolore solo dopo che ti sei impegnato per indirizzare gli eventi in positivo.
Pensa a quante persone sono guarite a Lourdes, o a quanti vi hanno trovato conforto spirituale o la Fede. Eppure, pensa a quanto dolore si vede, a Lourdes, e a quanti imparano a vivere questa esperienza con calma interiore e speranza. O a quanto dolore ci fu nella vita di Bernadette. O a come Cristo stesso esortasse a prendere la propria croce, e seguirlo. I Vangeli sono ricchissimi di esperienze dolorose, ma forniscono anche una Speranza per guardare al di là, e una chiave interpretativa per dare un senso profondo al dolore stesso.


Pensiamo quindi a tutti quelli che hanno la capacità di aprirsi al dolore, pensiamo a chi ha la capacità di indirizzare gli eventi in positivo.
Pensiamo a chi impara a vivere il dolore con calma interiore e speranza.
Pensiamo quindi a chi è capace di dare un senso profondo al dolore stesso.
Benissimo.

E gli altri? Chi invece non ha la capacità di aprirsi al dolore, ma soccombe, chi non è capace di vivere questa interezza, chi bestemmia ogni giorno contro un destino infame o si infuria con se stesso e i suoi cari… chi non ha questa forze interiore…chi non ha il coraggio di guardarlo in faccia questo dolore… che facciamo gli imponiamo di aprirsi eticamente ad un fantomatico centro?

Francamente non ci trovo nulla di aberrante a lasciare scegliere una terapia del dolore a chi non ce la fa.
Capisco il tuo discorso At, ma pare un filo retorico. Quando poi il dolore lo si incontra veramente, per quello che è la mia esperienza e delle persone che ho incontrato, le cose sono diverse. Attenzione che spesso comunque il dolore non si annulla, ma si rende solo umanamente sopportabile.
E la sofferenza di una malattia, e magari di una vita breve, comunque non viene tolta.

Vuoi vivere il dolore? Vivilo.
Non vuoi vivere il dolore? Lasciami vivere questa possibilità.
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Messaggioda gb » 20 aprile 2012, 19:20

La prima regola in algologia e terapia del dolore e' che il dolore puo' essere misurato solo dal paziente. E non e' sindacabile. Questo perche' il dolore e' un'esperienza totalmente soggettiva.

Un anno e mezzo fa ho avuto il "piacere" di avere 6 coliche renali nell'arco di 15gg per l'espulsione di alcuni simpatici sassolini dai miei reni: dicono che sia uno dei dolori piu' intensi, anche piu' del parto (detto questo da donne che hanno provato entrambi). Il problema e' che una colica puo' durare anche piu' di otto ore, e non c'e' assolutamente tregua dai dolori lancinanti, neanche un singolo secondo, che sono "progettati" apposta per farti contorcere in modo che si agevoli la discesa del calcolo nell'uretere.

Orbene la prima colica mmi ha dato una finestra di studio del dolore di circa un'ora, il tempo di farmi un'iniezione di antidolorifico al pronto soccorso.

La seconda l'ho voluta provare tutta senza antidolorifico per osservarla e viverne l'esperienza senza ausili: piu' di sei ore di colica fatti nel bagno di casa mia, camminando e contorcendomi perche' non si riesce veramente a trovare tregua ed e' impossibile stare fermi. Quante volte ho avuto la tentazione di spararmi l"antidolorifico in quelle sei ore...

Le altre l'ho fatte con l'antidolorifico, ma dopo circa sei ore l'effetto passa e se la colica dura piu' di sei ore... Una mi e' durata piu' di otto, ero a quattro zampe sui sedili di dietro dell'auto mentre F. mi riportava a casa...

Ho scoperto che l'hanno avute veramente in tanti! E mi dicono che anche quelle biliari siano un discreto viaggetto.

Non so bene quello che volevo dire, forse che quando si parla di dolore, anzi quando parlavo di dolore prima di questa esperienza, mi rendo conto che, appunto, ne parlavo e basta. Ora ne parlo con piu'....cautela....
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nella terra, nella luce, nella roccia inflessibile”
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Messaggioda R9+ » 20 aprile 2012, 20:53

Come sempre.....come in ogni cosa.....l'equilibrio ed il buon senso andrebbero messi al primo posto.
Il dolore, come ogni cosa che ci capita sia in bene che in male, è solo il risultato delle nostre azioni e dei nostri pensieri, che per la perfetta legge del Karma ci ritornano come effetti, spesso indesiderati, ma non per questo ingiusti....anzi....
i conti vanno pagati! Percui essere consapevoli di questo vuol dire avere compreso la legge di Giustizia Divina immessa nel creato! Accettarla vuol dire riconoscere questa legge, e allo stesso tempo Dio e la sua giustizia, che è perfetta.
Infatti, ognuno è libero di agire in totale libertà, ma per effetto della giustizia, qualsiasi azione produce degli effetti, che gli ritornano come conto da pagare, sia in bene con situazioni positive, che in male con problemi e difficoltà di vario tipo.
Prendendo atto di questo e accettandolo, diventa piu facile sopportare le difficoltà, e in alcuni casi anche superarle, spesso piuttosto facilmente.....il motivo?
Le difficoltà servono a noi per capire ed imparare, quando la persona ha gia capito non serve piu che sperimenti la tal malattia o la tal difficoltà, essa spesso si presenta solo in maniera simbolica, perchè i conti devono sempre tornare, ma gli effetti sono molto piu lievi.
Chi si muove consapevole delle leggi Divine e in armonia con esse, è molto molto aiutato!
Ma ovviamente pochi possono comprendere ed accettare questo, e i pochi che lo fanno, bisogna poi vedere se sono in grado di farlo quando tocca a loro avere dei problemi, perchè a parole siam capaci tutti....
percui il buon senso suggerisce di utilizzare tutti gli aiuti che la medicina ci offre, anche se in realtà non ce ne sarebbe alcun bisogno....
guardando le cose per quello che sono, anche il dolore potrebbe essere facilmente superato, il dolore è infatti nella mente, non nel corpo, anche se noi lo percepiamo a livello fisico...basti pensare che con un breve lavaggio del cervello è possibile far camminare una persona su delle braci ardenti senza che senta dolore o che si bruci.
Ci sono casi di persone ammalate di tumore che erano talmente convinte di guarirsi che la malattia è scomparsa, come ci sono casi di persone che non avendo nulla, erano talmente convinte di essere gravemente malate che sono morte veramente.
Questo per dire che noi siamo esseri dal potenziale infinito, ma finchè questo potenziale non sarà accettato, la nostra consapevolezza, che è limitata al fatto di considerarci solo come corpo fisico, non ci consente di sfruttare questo potenziale, e quindi....
inutile fare gli eroi e ben vengano le medicine se possono aiutare a sopportare meglio le sofferenze!
Ad ogni modo, ogni malattia, è un conto pagato.....quindi la persona si è alleggerita di quel karma......e anche se agli occhi umani puo sembrare un male, visto in maniera piu ampia, non lo è affatto!

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Messaggioda AT » 21 aprile 2012, 0:25

fabio ha scritto:Francamente non ci trovo nulla di aberrante a lasciare scegliere una terapia del dolore a chi non ce la fa.
Capisco il tuo discorso At, ma pare un filo retorico. Quando poi il dolore lo si incontra veramente, per quello che è la mia esperienza e delle persone che ho incontrato, le cose sono diverse. Attenzione che spesso comunque il dolore non si annulla, ma si rende solo umanamente sopportabile.
E la sofferenza di una malattia, e magari di una vita breve, comunque non viene tolta.

Vuoi vivere il dolore? Vivilo.
Non vuoi vivere il dolore? Lasciami vivere questa possibilità.

Allora non ci si capisce proprio. Io ho scritto:
Ovvero, per porsi correttamente al cospetto del dolore, bisogna impegnarsi nell'etica, e impegnarsi per la salute, l'armonia e lo sviluppo delle qualità positive dell'essere umano. Questo significa che ci si deve curare, e che se esistono sistemi per aiutare un malato, questi vanno usati. Solo dopo aver fatto tutto il possibile per indirizzare gli eventi in modo positivo, ci si può aprire alla grande e misteriosa esperienza del dolore.
Ho detto testualmente che se ci sono sistemi per aiutare un malato, questi vanno usati. Non mi sembra di aver detto che non si deve fare la terapia del dolore, o che si deve rifiutare l'anestesia. Ho invece detto che "Solo dopo aver fatto tutto il possibile per indirizzare gli eventi in modo positivo, ci si può aprire alla grande e misteriosa esperienza del dolore."
Quello che ho contestato, è l'approccio utilitaristico al rapporto con le esperienze fondamentali e ineliminabili del piacere e del dolore, e l'idea, sbagliata, che il dolore non abbia in sé niente da insegnare e niente di positivo. O l'idea che il dolore possa o debba essere eliminato dalla realtà per mezzo di qualche utopia di "miglioramento" etico o sociale (utopie che puntualmente falliscono, o peggio producono veri e propri inferni). Soprattutto, ho contestato l'idea che la diminuzione del dolore e l'incremento del piacere sia il criterio etico fondamentale, cancellando così l'accesso ad ogni approccio più complesso e profondo ai problemi etici. E' davvero così strano o difficile capire quello che ho detto? Mi sembrava di aver usato un linguaggio chiaro.
Ultima modifica di AT il 21 aprile 2012, 0:32, modificato 1 volta in totale.

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Messaggioda AT » 21 aprile 2012, 0:30

cinque ha scritto:però mi sembra di leggere una contraddizione enorme nella stessa frase.
se guardi in faccia il dolore è più facile che tu lo rimuova, o almeno lo diminuisca, e questa non è illusione.

o no?

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In che modo pensi di "rimuovere", eliminare il dolore guardandolo in faccia?


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