La via del sesso

tantra-yoga, vie dello yoga vecchie e nuove
Paolo proietti
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La via del sesso

Messaggioda Paolo proietti » 28 giugno 2013, 14:29

tratto da: http://blog.libero.it/DAOYIN/12168193.html

"Si scopra la felicità attraverso la frizione che unifica i sessi durante il godimento reciproco e, grazie a essa, si riconosca l'essenza incomparabile, sempre presente. Infatti, tutto ciò che entra da un organo interno o esterno risiede sotto forma di coscienza o di soffio nel regno della via mediana che, collegata essenzialmente al soffio universale (anuprāṇanā), anima ogni parte del corpo. E ciò che viene chiamato ojas, vitalità, e che vivifica tutto il corpo"
Abhinavagupta - Parātrīśikāvivaraṇa


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Che nello yoga, esista una via realizzativa basata sulle pratiche sessuali è cosa risaputa.
Per alcuni, come Abhinavagupta, è la via maestra, la più alta e sublime, per riscoprirsi UNO con l'Universo.
Per noi occidentali invece diviene spesso un sentiero tortuoso, pieno di trabocchetti, false piste e botole segrete che non portano da nessuna parte.
Gli insegnamenti di kāma sono così lontani dalla nostra cultura che spesso i maestri indiani e tibetani preferiscono negarne l'esistenza o attribuir loro la patente di immoralità e perversione e, a giudicare da quel che si legge in giro non è che abbiano tutti i torti: la sublime via di Eros divino sembra degradata a una serie di tecniche per "scopare meglio", "durare di più", "avere più orgasmi", ecc. ecc....che, insomma...non è che siano cose negative, ma ho il sospetto che non coincidano con le finalità delle pratiche erotiche secondo Gorakanath, Padmasambhava o Abhinavagupta.

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Perchè è così difficile comprendere gli insegnamenti tantrici?
Sicuramente l'atteggiamento morboso che abbiamo nei confronti del sesso e l'attitudine a utilizzare il senso di colpa come strumento educativo giocano un ruolo importante.
Poi bisogna tener conto della mistificazione e della manipolazione (o addirittura la riscrittura) dei testi tantrici, operata, a partire dal XVII secolo, dai missionari cristiani sbarcati al seguito della Compagnie delle Indie.
Ma il problema principale, secondo me, sta nelle nostre categorie mentali, nella nostra"tecnica del pensare", come la definiva Gramsci.
Noi, moderni occidentali, siamo abituati a concepire il mondo in termini duali:
BENE - MALE,
LUCE - BUIO,
BIANCO - NERO,
DESTRA - SINISTRA,
MASCHILE - FEMMINILE ecc. ecc.
L'universo degli antichi yogin era invece regolato da tre forze NON COMPLEMENTARI ovvero FUOCO, SOLE, LUNA. Il fuoco è la dea suprema, detta śakti, kuṇḍalinī, durgā o bhagavatI che rappresenta l'energia attiva, il soggetto che conosce (o che gode: conoscenza e godimento sono sinonimi nel tantrismo) senza il quale non esistono né sole né luna.
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Il sole è la coppia kāma/kāma īśvarī (spesso nei dipinti e nelle sculture si trova la sola parte femminile essendo kāma "anaṅga" ovvero incorporeo, privo di parti, simile all'etere...) che indica l'azione del conoscere e del godere.
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La luna, infine è il dio śiva che rappresenta il CORPO DELL'UNIVERSO, ovvero l'oggetto di conoscenza o di godimento.
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Per procedere nella via del tantrismo sessuale si deve imparare a pensare da "tantrici".
Impresa assai ardua, ma, ammettendo di riuscirci ci troveremmo comunque ad affrontare l'ostacolo dei testi. La stragrande maggioranza dei libri sull'argomento è scritta e/o tradotta da uomini, mentre, ne sono convinto, il tantrismo nasce dal corpo e dalla mente delle donne.
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Se non se ne tiene conto comprendere certi dettagli, anche anatomici, delle pratiche tantriche diventa impossibile.
Il praticante di yoga per progredire ha bisogno di una maestra donna, di una yoginī che lo accompagni con dolcezza all'ascolto interiore, la dimensione sottile dove il canto delle stelle è tangibile come la carezza dell'amata. Così come la donna "maestra", la Bella addormentata, ha bisogno di uno yogin per essere risvegliata al suo ruolo.

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Le tracce di un'antica saggezza femminile, origine delle pratiche yogiche, non sarebbero difficili da recuperare nelle scritture, nelle biografie dei maestri e nelle tecniche operative, ma siamo così viziati dalla nostra cultura maschilista (e fallocrate aggiungerebbero alcune mie amiche) da scambiare l'evidenza per bizzarria e la favola per realtà oggettiva.
Il maschilismo, si badi bene, non è malattia che colpisce solo gli uomini: non dimentichiamoci che sono le madri ad educare i figli maschi e spesso accade, per reazione, che le donne abbraccino la logica duale e teorizzino una specie di inferiorità genetica del sesso maschile squilibrando a livello energetico se stesse e i loro partner.
Comunque sia, a ben cercare, il "profumo di Donna" si annusa un po' dovunque. Abhinavagupta, ad esempio, definisce se stesso yoginībhū, generato da una yoginī e la sua dottrina, il kaula (quella dei siddha, per intenderci) proviene dagli insegnamenti di una donna, la "FIGLIA DI TRIAMBAKA" identificabile, secondo me con uṣā, detta di volta in volta Signora dell'Alba, Figlia del Cielo o Danzatrice del Cielo.
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L'aspetto pratico, tecnico della "via del desiderio ", è esposto nei 1000 libri del kāmaśāstra attribuiti a nandi e ufficialmente andati perduti (dico ufficialmente perchè mi è capitato più volte di rintracciare libri definiti perduti di Gorakanath, o altri semplicemnete cliccandone il titolo sui siti dell'Indian Digital Library, degli shankara math o sui portali di cultura Tamil).
Chi si occupa di yoga sa che nandi è un toro bianco, il "VEICOLO" del dio śiva
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Il bovino, per far felici gli esseri umani, avrebbe messo una penna tra gli zoccoli e buttato giù, nero su bianco, le gesta amorose, le discussioni, le danze della sacra coppia Hindu, śiva e pārvatī.
Può darsi che sia così, conosco molti devoti pronti a giurarlo, ma a me, che devoto non sono, l'idea che dei cervelloni come Abhinavagupta, Patañjali o Shankara credessero veramente che un quadrupede si sia armato di carta e penna per indottrinare gli uomini pare un po' bizzarra.
Sono andato a consultare tre vocabolari on line, Cologne Digital Sanskrit, Monier-Williams e Spoken Sanskrit ed ho scoperto:

1) che nandi, e la sua variante nāndī, sono nomi femminili che significano "soddisfazione", "gioia sessuale", "appagamento".

2) che nandi è uno dei nomi dati alla Dea dell'Amore, kāmeśvarī , quando si incarna in uṣā, la "FIGLIA DEL CIELO".
Ma guarda un po'....
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Certo che ci vuole uno stravagante senso dell'umorismo per chiamare un toro, simbolo di virilità sia per noi come per gli indiani, con il nome di una danzatrice.
Non so se un allevatore delle nostre parti darebbe mai il nome di Carla Fracci a 1000 chili bestione superdotato, ma ne dubito. Ad occhio, NANDI è un termine onorifico, attribuito a delle maestre o a yogin che avevano raggiunto il medesimo livello della loro istruttrice.
Interessante....ma fin dei conti che nandi sia stata una maestra di Yoga e di danza piuttosto che un toro volante non è notizia che cambi la vita. la cosa più interessante credo sia non il sapere chi insegnava certe tecniche, ma in cosa consistono, quelle certe tecniche.
Prima di scendere nel dettaglio credo però sia meglio fissare alcuni punti:

1) NELLO YOGA ESISTONO TECNICHE SESSUALI POTENTI ED EFFICACI IL CUI FINE E' PADRONEGGIARE IL RITMO NATURALE "EMERGENZA/ASSORBIMENTO" RAPPRESENTATO DALLA PENETRAZIONE.

2) QUESTE TECNICHE PROVENGONO DA UNA LINEA DI INSEGNAMENTO FEMMINILE E RISALGONO AD UN PERIODO STORICO CHE VA TEORICAMENTE DAL 4000 ALL'800 a.C.

3) PER MOTIVI CHE NON SO DUE O TRE SECOLI PRIMA DI CRISTO, QUESTA CONOSCENZA, PRIMA DIFFUSA IN TUTTO IL CONTINENTE INDIANO E' STATA SEGRETATA O DISPERSA, MA SONO SOPRAVVISSUTI DEI CENTRI O SCUOLE COME QUELLO DI CHIDAMBARAM, NEL TAMIL NADU, DAL QUALE PROVIENE IL LIGNAGGIO DEI SIDDHA E NEL QUALE OPERAVA IL MAESTRO "NANDI".

4) GLI ALLIEVI DEL MAESTRO NANDI (TRA CUI PATANJALI, VHYAGRAPADA, TIRUMULAR) E GLI ALLIEVI DEGLI ALLIEVI HANNO DIFFUSO poi LA DOTTRINA IN CINA, NELL'INDIA DEL NORD E NEL TIBET.

5) SONO TECNICHE CHE SI BASANO SULL'ARTE DELLA VIBRAZIONE, OVVERO SUL PREDOMINIO DEL TATTO SUGLI ALTRI SENSI E UTILIZZANO CONTEMPORANEAMENTE ASANA, MUDRA, MANTRA E KRIYA AL FINE DI RISVEGLIARE, ECCITARE, MANTENERE IN "EFFERVESCENZA" IL PRINCIPIO COSCIENTE CHE RISIEDE IN TUTTI GLI ELEMENTI DELLA MATERIA: KUNDALINI.
- continua....
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Messaggioda AT » 29 giugno 2013, 17:51

In che rapporto sta questa tua lettura con l'interpretazione tradizionale, e propria di molti testi tantrici e non, della polarità Shiva-Shakti come Purusha- Prakriti, Coscienza e Potenza?

fuxi
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Messaggioda fuxi » 1 luglio 2013, 15:11

...piacevole...

anche le tue parole mi portano a questo:

Dualismo = relazione… frizione = ricerca di conoscenza/esperienza = attribuzione di significato = è o non è in relazione all’altro da sé

Unità = assenza di relazione = assenza del bisogno di conoscere = assenza di significato = è

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Messaggioda fabio » 2 luglio 2013, 14:38

fuxi ha scritto:...piacevole...

anche le tue parole mi portano a questo:

Dualismo = relazione… frizione = ricerca di conoscenza/esperienza = attribuzione di significato = è o non è in relazione all’altro da sé

Unità = assenza di relazione = assenza del bisogno di conoscere = assenza di significato = è


quindi?
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Messaggioda fuxi » 2 luglio 2013, 16:43

fabio ha scritto:
fuxi ha scritto:...piacevole...

anche le tue parole mi portano a questo:

Dualismo = relazione… frizione = ricerca di conoscenza/esperienza = attribuzione di significato = è o non è in relazione all’altro da sé

Unità = assenza di relazione = assenza del bisogno di conoscere = assenza di significato = è


quindi?



... :)

mi sto domandando se e come potrei esserti d'aiuto nel com-prendere...

Paolo proietti
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Messaggioda Paolo proietti » 2 luglio 2013, 18:28

AT ha scritto:In che rapporto sta questa tua lettura con l'interpretazione tradizionale, e propria di molti testi tantrici e non, della polarità Shiva-Shakti come Purusha- Prakriti, Coscienza e Potenza?


Shiva shakti in realtà non sono polarità, se approfondisci il supremo è sri Bhavagatii con la i doppia.
Una domanda per te: perché gli indiani, che in matematica gliel'ammollavano (sono loro ad aver inventato la trogonometria, lo zero ecc. ecc) in una sequenza che rappresenta l'ordine di emissione dei principi dalla sfera originaria, avrebbero messo al n°1 prakrti e al n°25 ( l'ultimo dell'enumerazione samkhya) purusha se questi sono due polarità?
Non lo capisco.

altra domanda: mai provato a riflettere sui 25 tattva senza tener conto delle interpretazioni occidentali?


un sorriso,
P.
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LA VIA DEL SESSO - seconda parte

Messaggioda Paolo proietti » 2 luglio 2013, 18:36

Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria.
Abhinavagupta - Tantraloka XI, 29-33


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Il tatto, per i tantrici, è il principe dei sensi . Tutte le pratiche si basano sul "sentire", ovvero sul percepire il flusso di energie sottili, dove sottile va inteso nel senso letterale del termine: il flusso che scorre nei canali energetici (rappresentati graficamente come i petali dei cakra) viene descritto nei testi come "più sottile di un capello".
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La sensibilità necessaria per le pratiche tantriche è quella, febbrile, della madre che avverte con i capezzoli il bisogno di latte del bambino prima ancora di udirne il pianto. Una sensibilità che è legata alla dolcezza, alla leggerezza, all'ascolto interiore. Tutto ciò che invece è connesso al possesso, alla brama di potere, all'invidia, alla gelosia diviene un'ostacolo perchè crea quella che Abhinavagupta definisce "rugosità" (vedi Tantraloka XXVIII). La rugosità è sinonimo di contrazione, di blocchi che impediscono la libera espansione della coscienza. I due amanti devono essere disposti ad annullarsi l'uno nell'altro fino a fondersi in ciò che è definito kramamudrā, un termine tecnico che sta ad indicare l'insorgere di una vibrazione non volontaria dei corpi, il ritmo, alternato nell'uomo e nella donna, dell'assorbimento e dell'emergenza della coscienza di cui la penetrazione è una rappresentazione sul piano grossolano.
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Kramamudrā è una specie di danza dei ventri una vibrazione sottile che parte dall'ombelico (il muscolo puboccogigeo più probabilmente) e mette in moto tutto l'asse dei diaframmi corporei ( pelvico, urogenitale, toracico, gola, palato molle), ed è il sintomo della risalita di kuṇḍalinī. Non si può imitare e non si può ricercare volontariamente: deve insorgere (parola che ricorre spesso nei testi) naturalmente, così come insorgono i gesti e i sospiri di piacere degli amanti. Detto così sembra facile, il problema nasce dalle strutture mentali degli occidentali che nella maggior parte dei casi, sono incapaci di liberarsi dai vincoli morali e culturali affidandosi completamente al sentire e al godere. La sensazione della risalita di kuṇḍalinī nelle pratiche sessuali è così sottile, dolce che basta un pensiero tra virgolette "negativo" per far "ridiscendere l'energia.
La frase FAR RIDISCENDERE L'ENERGIA non è una metafora. Ecco un altro problema degli occidentali: spesso l'approccio con lo yoga è viziato dalle due tendenze eguali e di senso contrario, della devozione e della speculazione filosofica. L'approccio devozionale, per come lo intendo io, è quello che ti fa accettare per vere senza muovere un ciglio, le spiegazioni più assurde di tecniche e fenomeni. Per approccio filosofico intendo invece l'abitudine a interpretare i simboli e le immagini come metafore di qualcosa d'altro altrimenti inesprimibile. Bisogna tener conto che il tantra è un qualcosa di eminentemente pratico, basato sull'esperienza. Se si parla di un cakra, ad esempio vishuddha cakra
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bisogna vederlo come una tavola anatomica e non come il simbolo di chissà quale verità metafisica. Ogni petalo indica una nadi ovvero un canale energetico, sottile come un capello, attraverso il quale si muovono le energie che SONO SEMPRE E COMUNQUE kuṇḍalinī, e le lettere iscritte nei petali ci danno la frequenza delle energie che scorrono in quelle nadi. Il triangolo centrale ha una precisa corrispondenza sia nella fisiologia sottile (proiezione del KAMAKALA) sia nell'anatomia occidentale (ugola), il pericarpo (centro) è una sezione della VIA MEDIANA (interno della colonna), la sillaba che è iscritta al centro (haṃ nel caso del cakra della gola) sta ad indicare la frequenza che "attiva" le energie dei singoli petali. Da ogni loto poi emanano i marīci o raggi luminosi.
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Se le sillabe iscritte nei petali rappresentano le NOTE FONDAMENTALI della manifestazione, i marīci identificati a seconda delle scuole con una serie di divinità o con i "muni", combinandosi tra loro danno vita a tutte le possibili varianti dell'esistenza sia universale che individuale. La conoscenza dei marīci è fondamentale per il lavoro su lle energie sottili e per la comprensione dell'identità tra microcosmo e macrocosmo.
Sono 360 come i gradi dell'ECLITTICA e i giorni dell'anno lunare e sono divisi in questo modo:

FUOCO - 118 RAGGI:
mūlādhāra 56 raggi,
svadhiṣṭhāna 62 raggi.

SOLE - 106 RAGGI:
maṇipūra 52 raggi,
anāhata 54 raggi.

LUNA - 136 RAGGI:
viśuddha 72 raggi,
ājñā 64 raggi.

I 360 marīci sono i raggi irradiati dalle Dea, e danno vita alle stagioni, agli stadi della vita, alle emozioni, i pensieri ecc. ecc..
E marīci è anche il nome della Dea Durga nell'atto di irradiare la manifestazione.
I tibetani la chiamano Ozer Chenma (Regina di luce) ovvero TARA
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Nello stato tra virgolette "normale" dell'essere umano, la RADIANZA della Dea in forma di marīci si disperde in tutte le attività di "CORPO/PAROLA/MENTE" , ma quando si scatena il desiderio sessuale i raggi si dirigono verso la "RUOTA CENTRALE", il cakra dell'ombelico, i cui dieci petali rappresentano i canali in cui scorrono i dieci "soffi vitali" fondamentali.

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Il calore legato all'accendersi del desiderio così come il rossore delle guance, il turgore delle labbra, la maggior morbidezza della pelle e delle articolazioni, sono gli effetti della concentrazione delle energie "radianti" nel maṇipūra cakra.

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E' KUNDALINI che viene risvegliata dalla forza del desiderio. Le energie tendono a ridiscendere verso i cakra inferiori per dar luogo all'unione sessuale e all'emissione, l'orgasmo, che rappresenta un momento di "assorbimento" (samadhi) di uno o di entrambi gli amanti. Anche nel caso di rapporti ripetuti e del rinnovarsi del desiderio, il rapporto sessuale segue sempre la stessa dinamica: eccitazione (sguardi, carezze, baci....)/cambio della percezione /penetrazione/emissione.
Può accadere, a volte di percepire un'attimo prima dell'orgasmo, una specie di lampo, una luce CHIARA, come la definiscono i buddisti, e questa chiara luce è la visione della radianza della dea. Per un istante gli amanti, o uno dei due, si immergono completamente in quella luce e nel suono che accompagna l'emissione (rappresentati nel tantra dalla sillaba aḥ ) perdendo il senso del tempo, dello spazio e dell'individualità. ma si tratta appunto di un istante: kuṇḍalinī, si risveglia, attiva tutti gli organi del corpo e quindi ridiscende per assopirsi nuovamente dopo l'emissione, detta dai Tantrici "VELENO". Il lavoro che si compie nel tantrismo sessuale è quello di mantenere l'attenzione nello spazio tra la nascita del desiderio e il Veleno, aumentando progressivamente l'eccitazione di kuṇḍalinī mediante processi definiti di FRIZIONE ed EFFERVESCENZA, fino ad alimentare sempre di più le energie delle dieci nadi del cakra dell'ombelico.
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Ad un certo punto, nell'alternarsi di eccitazione/assorbimento nell'altro e riposo/assorbimento in sé, l'energia accumulata nella "RUOTA CENTRALE" è così potente da far "drizzare kuṇḍalinī (che prima di allora si muoveva a spirale) come un bastone". I venti o soffi vitali dell'ombelico assumono quindi il ruolo di "PORTATORI DI BASTONE" e vengono rappresentati pittoricamente come due servi intenti a far vento ai due amanti o alla Dea o al Tridente:
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Le tecniche tantriche finalizzate a trasformare il rapporto sessuale nell'unione mistica con la divinità, cominciano con l'apprendere l'arte di raccogliere la "RADIANZA" della Dea nell'ombelico per permetterne la risalita. Questa prima fase è finalizzata alla trasformazione e al reindirizzamente dell'energia vitale, detta ojas ed alla sua utilizzazione consapevole da parte di entrambi gli amanti per raggiungere uno stato che potremmo definire di samadhi vigile, o samadhi stabilizzato.



-fine seconda parte. Continua.....
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Messaggioda AT » 3 luglio 2013, 20:24

Paolo proietti ha scritto:[Una domanda per te: perché gli indiani, che in matematica gliel'ammollavano (sono loro ad aver inventato la trogonometria, lo zero ecc. ecc) in una sequenza che rappresenta l'ordine di emissione dei principi dalla sfera originaria, avrebbero messo al n°1 prakrti e al n°25 ( l'ultimo dell'enumerazione samkhya) purusha se questi sono due polarità?
Non lo capisco.

altra domanda: mai provato a riflettere sui 25 tattva senza tener conto delle interpretazioni occidentali?


un sorriso,
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Il numero uno è la Prakriti, dalla quale vengono prodotti i successivi ventitré principi. Questi ventiquattro principi sono: la Prakriti, e ciò che la Prakriti genera. Invece, il Purusha non è generato dalla Prakriti, e per il Samkhya non è né produttivo né prodotto. E' un principio a sé, unito alla Prakriti solo come Spettatore. Per cui, nel Samkhya non si può parlare di vera e propria polarità. E tuttavia, i venticinque principi sono estremamente chiari, non c'è poi molto fumo da sollevare su di essi. Questo, il Samkhya. Ma tale idea di Prakriti e Purusha ha avuto un discreto successo in India, e in molte scuole diventa una polarità, una polarizzazione dell'Essere dalla quale poi nasce la realtà. E la polarità sessuale viene messa in connessione con tale polarità metafisica fondamentale. Tutto questo è estremamente chiaro, almeno per me. Ma ti lascio continuare con la tua esposizione, che è interessante anche se non la condivido quasi per niente.

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Messaggioda Paolo proietti » 4 luglio 2013, 18:00

AT ha scritto:
Paolo proietti ha scritto:[Una domanda per te: perché gli indiani, che in matematica gliel'ammollavano (sono loro ad aver inventato la trigonometria, lo zero ecc. ecc) in una sequenza che rappresenta l'ordine di emissione dei principi dalla sfera originaria, avrebbero messo al n°1 prakrti e al n°25 ( l'ultimo dell'enumerazione samkhya) purusha se questi sono due polarità?
Non lo capisco.

altra domanda: mai provato a riflettere sui 25 tattva senza tener conto delle interpretazioni occidentali?


un sorriso,
P.

Il numero uno è la Prakriti, dalla quale vengono prodotti i successivi ventitré principi. Questi ventiquattro principi sono: la Prakriti, e ciò che la Prakriti genera. Invece, il Purusha non è generato dalla Prakriti, e per il Samkhya non è né produttivo né prodotto. E' un principio a sé, unito alla Prakriti solo come Spettatore. Per cui, nel Samkhya non si può parlare di vera e propria polarità. E tuttavia, i venticinque principi sono estremamente chiari, non c'è poi molto fumo da sollevare su di essi. Questo, il Samkhya. Ma tale idea di Prakriti e Purusha ha avuto un discreto successo in India, e in molte scuole diventa una polarità, una polarizzazione dell'Essere dalla quale poi nasce la realtà. E la polarità sessuale viene messa in connessione con tale polarità metafisica fondamentale. Tutto questo è estremamente chiaro, almeno per me. Ma ti lascio continuare con la tua esposizione, che è interessante anche se non la condivido quasi per niente.

Esatto, non c'è polarità.
Lo spettatore, come dici tu, è il Mahapreta,il grande defunto, ovvero, nello shaktismo e nel tantrismo shaiva, Shiva.
Vero che non c'è molto fumo da sollevare. se si approfondisce lo studio del sanathana dharma la polarità non esiste, almeno per come la intendiamo noi.
Purusha sta per uomo universale ovvero il corpo dell' universo.
La DEA nell'atto di emettere i raggi della creazione (Marici) dà vita al grande defunto, che è rappresentato dalla Luna.
L'unione di Dea e luna dà origine al SOMA parola che è formata da SA (che qui sta per shiva) e UMA (la Perfetta, ovvero Durga).

Un sorriso,
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LA VIA DEL SESSO - terza parte

Messaggioda Paolo proietti » 4 luglio 2013, 18:11

"Ciò che è celebrato come fonte del flusso universale che spande la felicità è chiamato organo genitale, ma ha per essenza la via mediana"
(Jayaratha - Tantralokaviveka vol. III, pag. 430 , citato da Lilian Silburn in "La kundalini o l'energia del profondo")
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Nelle pratiche sessuali tantriche l'accento è posto, ovviamente e senza possibilità di dubbio, sugli organi genitali (upastha), definiti vajra (diamante) e padma (loto). In tutte o quasi le immagini tantriche il pene e la vagina sono posti in grande evidenza, ma bisogna considerare che si tratta di organi sessuali "sacralizzati" o "divinizzati". Scrive Abhinavagupta (Tantraloka V, 122)
"L'insieme degli organi divinizzati risiede senza sforzo in questo regno pieno di felicità, quello di una coscienza perpetuamente emergente"
Il turgore degli organi è l'aspetto visibile di vīryā, energia sessuale ed è sacro di per sè, perchè vīryā è una forma della Dea, ma ovviamente non basta avere il sesso turgido per essere un tantrico! Il vero Yogin è colui che, colmo di questa potenza e, liberato dai vincoli (ovvero le cause di "contrazione") vive ogni esperienza immerso nel flusso di piacere che si trasforma (sto citando ancora Abhinavagupta - Paratrisikavivarana 47-49) "in una intensa presa di coscienza il cui atto vibrante (spanda) sfugge ai limiti spaziali e temporali".Accrescere la propria energia sessuale significa, nel tantra, accrescere la capacità di vivere pienamente fino a raggiungere lo stato della felicità senza limiti definito sahaja, o stato naturale.
***
Scrive ancora Abhinavaagupta, tradotto dalla Silburn (Paratrisikavivarana 49,50) "Mancare di virilità significa mancare di vita, mancare della capacità di meravigliarsi [caratteristica] dell'essere dotato di cuore (sahṛdaya che significa "sensibile" "empatico", "di buon cuore"), immerso nel fervore e la cui potenza virile è in effervescenza, perchè solo il cuore che fortifica questa potenza è capace di meraviglia"
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Il quieto stupore, il trasporto misurato degli amanti indiani vuole rappresentare non l'assenza di passione, ma l'effervescenza sottile della potenza sessuale quando la si usa per espandere gli organi sensoriali e, quindi la coscienza. Effervescenza, espansione, rapimento, meraviglia sono trai termini più usati nei testi. In apparenza sono parole che fanno a pugni con l'idea che abbiamo dello yogin, tutto assorbito in se stesso e occupato ad ottenere il distacco dai sensi, ma per il tantrico il distacco non è distacco dall'oggetto percepito, ma dal desiderio di quell'oggetto, il che ovviamente non significa essere distaccati dall'amante o dell'atto d'amore. Cogliere "la potenza virile nell'atto di zampillare" ad esempio non significare impedire l'emissione dello sperma senza tener conto dei bisogni della nostra partner, come credono in molti. Bloccare, arrestare, fermare sono parole che non compaiono nel vocabolario del tantrismo, le cui tecniche si basano sulla leggerezza e sulla dolcezza, sull'abbandono controllato (nel senso di cosciente) al flusso del piacere.
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Ciò che va bloccato o interrotto non è il processo naturale dell'eiaculazione, ma casomai, la dinamica NASCITA DEL DESIDERIO - SODDISFAZIONE - MORTE DEL DESIDERIO.
La ricerca compulsiva di un oggetto di piacere per soddisfare i propri desideri e la repressione dei desideri sono entrambe dei vincoli, delle catene che rendono l'essere umano schiavo. La percezione dell'effervescenza dell'energia sessuale che può produrre ciò che viene chiamato IL RUGGITO DELLO YOGIN può nascere solo dalla libertà. Il tantrico non ricerca il piacere, ma ne viene sorpreso. con l'animo dell fanciullo , o dell'artista, scopre la bellezza di un suono, di un colore, del volo di un gabbiano in maniera TATTILE e se ne stupisce. Questa specie di sinestia e il divertito distacco che la accompagna sono trai sintomi dell'ascesa di kundalini. Il suono dei cembali durante la meditazione o una pietanza gustosa vengono "sentiti" come una carezza o un soffio di vento.
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Probabilmente la danza e i corpi dei danzatori sono così frequenti nelle rappresentazioni pittoriche, nelle sculture e nella simbologia tantriche perchè rendono visibile l'invisibile, quella carezza divina che sfiora il corpo e il cuore dello yogin nello stato di ananda, in ogni momento della sua esistenza. Paradossalmente l'espansione dei sensi causata dall'accumulo di energia sessuale porta all'assorbimento nel sé. La diversa "qualità" degli stimoli sensoriali, permette di penetrarne l'essenza dell'oggetto che li provoca favorendo l'identificazione dello yogin con la percezione (azione del godere) e con l'oggetto percepito (oggetto di godimento): è questo ciò che viene definito Samadhi.
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Messaggioda AT » 5 luglio 2013, 0:21

Paolo proietti ha scritto:Esatto, non c'è polarità.
Lo spettatore, come dici tu, è il Mahapreta,il grande defunto, ovvero, nello shaktismo e nel tantrismo shaiva, Shiva.
Purusha sta per uomo universale ovvero il corpo dell' universo.
La DEA nell'atto di emettere i raggi della creazione (Marici) dà vita al grande defunto, che è rappresentato dalla Luna.
L'unione di Dea e luna dà origine al SOMA parola che è formata da SA (che qui sta per shiva) e UMA (la Perfetta, ovvero Durga).
Un sorriso,
P.


1.Nel Samkhya non c'è una vera e propria polarità, ma piuttosto un vero e proprio dualismo, ma in altre scuole sì eccome.
2.Purusha non è il corpo dell'universo. Non appartiene affatto all'universo, e non è generato dalla Prakriti. E' la Coscienza-Testimone, oltre la mente, oltre il corpo, oltre la natura e oltre l'universo. Silenziosa, immota coscienza oltre ogni dinamismo generato dalla Prakriti. Spazio, tempo, materialità, psichismi, non appartengono al Purusha. Questo tema del Samkhya ricompare anche in diverse scuole tantriche, con qualche variazione.
3.Questo tuo continuo rimarcare antitesi tra Occidente (di solito una caricatura) e Oriente (altra semplificazione) non ha molto senso. Leggendo Eckhart, mi rendo conto che le sue idee e la sua esperienza sono una versione dell'advaita Vedanta. Stesse tematiche, e anche stessi errori, dal mio punto di vista. Ci può essere più differenza tra due scuole indiane diverse che non tra una scuola indiana e una occidentale. Così come c'è molta differenza tra le varie scuole tantriche tra loro.
4. Mi sembra che, dal tuo entusiasmo per Raphael e per l'advaita Vedanta tu sia passato da una interpretazione forzata ( tutti gli insegnamenti indù sono riducibili all'advaita Vedanta) ad un'altra forzatura e infatuazione . Non si capisce nemmeno bene come tu possa sostenere certi salti mortali come se niente fosse.

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Messaggioda gb » 5 luglio 2013, 6:27

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Messaggioda Ventus » 5 luglio 2013, 10:34

Sul Punto 1 direi così:
non è corretto parlare di mente, corpo, natura e universo come se fossero fatti di Prakrti mentre il Purusa se ne starebbe all’esterno e altrove.
Se il Purusa è un testimone… chi è che sta vedendo (e quindi ragionevolmente parlando)? E’ esattamente lui, il Purusa (e la scintilla di Purusa in ciascuno di noi).

Tutto il resto, ma proprio tutto, a cominciare dal Sattva, è un “gesto” di autoallontanamento dal Purusa (come Adamo ed Eva dal Paradiso, guardacaso “terrestre”, proprio a sottilineare la stessità originaria).
Il Sattva appare così, come gesto di autoallontanamento (“nothing but the discernment of the difference between the sattva and the Self”), nel commento a I, 2, e il testo non si discosta mai da questa visione essenziale e fondamentale.

In Yoga Sutra commentato da Vyasa, mi pare che la parola Prakrti appaia una volta sola, una sola. E viene nominata da Vyasa nel suo commento a IV, 3. Evidentemente non è strettamente e inesorabilmente vincolante per il cammino spirituale.

Nello yoga, come in ogni pensiero vivente, siamo chiamati esattamente a lasciare per un momento la visione consolidata ed “esterna” dello scientismo (di ogni scientismo ricorrente in ogni epoca e civiltà e potremmo dire in ogni esperienza parziale e dimentica della sua stessa essenza).
Lasciare la visione “esterna” per “stare all’esperienza” (interna, inizialmente) e parlare di quello che accade effettivamente, “stare ai fenomeni”.
“Rain-cloud of [knowable] things” dice Patanjali a coronamento dello Yoga Sutra nella versione dell’Università di Harvard del 1914, che possiamo tradurre con “Nuvola di cose [conoscibili]”, o “Nuvola che piove virtù o merito” come dice la versione Ubaldini.
E si noti che arrivato qui alla nuvola, siamo in Yoga Sutra IV, 29, il commento di Vyasa ha come soggetto il Brahman, che ora/qui non si separa (più) da se stesso sorgendo o staccandosi con altre idee.

Certo le idee (quando appaiono) non sono (più) Brahman, ma non c’è nessun altro che gliele porge dall’esterno. L’unico attore è lui. Oppure, detto in altro modo, chi muove tutto è lui, ma appena si muove crea fluttuazioni che sono già altro… e allora a volte queste fluttuazioni, credendosi attori, gli prendono la mano e si ribellano e preferiscono stare fuori e fare di testa propria…
Ma gli oranti, gli yogin, i poeti, i philosophos non possono fare a meno di stare più vicino possibile al Brahman (Dio), ed eventualmente ritornare a sciogliersi nell’unico (soggetto).
Da tanti soggetti (visione quotidiana) a unico soggetto (visione realizzativa in cammino) a nessun soggetto (scioglimento realizzato, ora semmai “parla” il Verbo).

Sul Punto 2 e il Punto 3 direi così:
nei post di Paolo Proietti non vedo affatto “continuo rimarcare antitesi tra Occidente (di solito una caricatura) e Oriente (altra semplificazione)”, né “infatuazione”, né “salti mortali”.


Infine, devo aggiungere che nessuno può essere portato allo yoga con i ragionamenti (altrui), poiché sono proprio i ragionamenti che indicano e puntano a un altrove (rispetto ai ragionamenti), ed è un altrove che è ancora lì. A partire dalla differenza, indicano una stessità che è sempre lì, nella stessa differenza.

Il Paradiso era/è il Paradiso terrestre. Chi vuole uscire e magari allontanarsi sempre di più, e chi vorrebbe ri-entrare.

Dallo yoga e dalla stessità ci allontaniamo ogni giorno, con ogni atto. Ritornarci consapevolmente dovrebbe essere come minimo voluto, desiderato, ambito, studiato.

Paolo proietti
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Messaggioda Paolo proietti » 5 luglio 2013, 10:38

AT ha scritto:
Paolo proietti ha scritto:Esatto, non c'è polarità.
Lo spettatore, come dici tu, è il Mahapreta,il grande defunto, ovvero, nello shaktismo e nel tantrismo shaiva, Shiva.
Purusha sta per uomo universale ovvero il corpo dell' universo.
La DEA nell'atto di emettere i raggi della creazione (Marici) dà vita al grande defunto, che è rappresentato dalla Luna.
L'unione di Dea e luna dà origine al SOMA parola che è formata da SA (che qui sta per shiva) e UMA (la Perfetta, ovvero Durga).
Un sorriso,
P.


1.Nel Samkhya non c'è una vera e propria polarità, ma piuttosto un vero e proprio dualismo, ma in altre scuole sì eccome.
2.Purusha non è il corpo dell'universo. Non appartiene affatto all'universo, e non è generato dalla Prakriti. E' la Coscienza-Testimone, oltre la mente, oltre il corpo, oltre la natura e oltre l'universo. Silenziosa, immota coscienza oltre ogni dinamismo generato dalla Prakriti. Spazio, tempo, materialità, psichismi, non appartengono al Purusha. Questo tema del Samkhya ricompare anche in diverse scuole tantriche, con qualche variazione.
3.Questo tuo continuo rimarcare antitesi tra Occidente (di solito una caricatura) e Oriente (altra semplificazione) non ha molto senso. Leggendo Eckhart, mi rendo conto che le sue idee e la sua esperienza sono una versione dell'advaita Vedanta. Stesse tematiche, e anche stessi errori, dal mio punto di vista. Ci può essere più differenza tra due scuole indiane diverse che non tra una scuola indiana e una occidentale. Così come c'è molta differenza tra le varie scuole tantriche tra loro.
4. Mi sembra che, dal tuo entusiasmo per Raphael e per l'advaita Vedanta tu sia passato da una interpretazione forzata ( tutti gli insegnamenti indù sono riducibili all'advaita Vedanta) ad un'altra forzatura e infatuazione . Non si capisce nemmeno bene come tu possa sostenere certi salti mortali come se niente fosse.

Vedi, credo che si dovrebbe fare uno sforzo e cercare on line i testi originali, ci sono vari portali.
Alcuni brani di Gorakanath (di cui si trovano una cinquantina di testi) di shankara, tirumular e abhinavagupta combaciano con quella che è la mia esperienza pratica.
Per i salti mortali in un certo senso hai ragione.
Dopo anni di studio ho cominciato a trovare delle contraddizioni tra ciò che leggevo e ciò che sperimentavo ed a trovare conferme, invece, con ciò che ho appreso direttamente da alcuni maestri orientali.
Credo che molti occidentali, avvicinandosi allo yoga o a ciò che chiamiamo sanathana dharma, cerchino più o meno consciamente di far quadrare i conti.
un altra cosa che ho scoperto è che a partire dal '600 missionari e militari inglesi hanno riscritto i testi in sanscrito, in particolare i purana, per avvicinare l'induismo ai principi cristiani (due nomi tra tutti : Padre Beschi e il colonnello Colin Mackenzie).
Di fatto innamorarsi delle teorie non serve a niente.
l'unica possibilità è la pratica.
Chiappe sul tappetino.
Il resto è masturbazione mentale.
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Messaggioda AT » 6 luglio 2013, 23:10

Ventus ha scritto:Sul Punto 1 direi così:
non è corretto parlare di mente, corpo, natura e universo come se fossero fatti di Prakrti mentre il Purusa se ne starebbe all’esterno e altrove.
Se il Purusa è un testimone… chi è che sta vedendo (e quindi ragionevolmente parlando)? E’ esattamente lui, il Purusa (e la scintilla di Purusa in ciascuno di noi).



Sul Punto 2 e il Punto 3 direi così:
nei post di Paolo Proietti non vedo affatto “continuo rimarcare antitesi tra Occidente (di solito una caricatura) e Oriente (altra semplificazione)”, né “infatuazione”, né “salti mortali”.


1. Dal punto di vista del Samkhya, i Purusha, molteplici, né produttivi né prodotti, non sono generati dalla Prakriti e non appartengono in alcun modo alle strutture dell'Universo. Non sono mente, corpo, psichismi, materialità. Non divengono, non sono "altrove" perché spazio e tempo non li intaccano. Sono l'essenza più profonda di noi stessi (per il Samkhya), sono il vero noi stessi, e non dimentichiamo che il Samkhya è un sistema ateo.
Ora, questa idea, il dinamismo creatore della Prakriti, e il silenzioso, cosciente testimone del Purusha, ricompare in tutto il pensiero indiano, e anche in Abhinavagupta. Tra le caratteristiche di Shiva c'è tale coscienza pura, al di là di ogni flusso mentale, e tra le caratteristiche di Shakti c'è la Potenza creatrice del Dio. In genere, anche nelle scuole tantriche, Shiva-Shakti sono polari e complementari, e rimandano, almeno in parte, a Purusha e Prakriti nel senso del Samkhya. Tale esperienza fondamentale della Coscienza-Testimone è basilare per tutte le scuole. Poi le interpretazioni sono diverse. Quello che dice Proietti rimanda forse a certe antiche scuole, ad un Proto-Shiva pre-ario. Forse. Ma lui al solito generalizza, e la sua interpretazione del momento diventa "quello che dice il Tantra", o, più grottesco ancora, "quello che dicono gli indiani".
2.Davvero tu non ravvisi nei post di Proietti una sin troppo grossolana dicotomia tra un Occidente messo costantemente in caricatura e un Oriente che rappresenterebbe, di volta in volta, le preferenze del momento di Proietti? Mi dispiace molto per te, allora. Di chi è, nei post di Proietti, la colpa delle mistificazioni, delle perversioni, delle ingenuità, delle teorie dannose? Sempre e comunque di un Occidente messo in una caricatura così abnorme e infantile che ogni volta, in me, genera stupore.
Se ci sono state manipolazioni, censure, imposizioni, la colpa naturalmente, dopo secoli di spietate tirannie e falsificazioni braminiche, dopo una storia complessa in cui si intrecciano caste, fanatismi, Islam, lotte per il potere, religioni in competizione, puritanesimo indù, ebbene la colpa ricade interamente sui "cristiani" negli ultimi due o tre secoli. E le perversioni, le varie interpretazioni, la magia nera e le follie varie che hanno costellato la storia del tantrismo sono naturalmente tutta colpa dell'influenza occidentale. L'oriente di Proietti è un'altra caricatura. Quando si era fissato con la Tradizione, con i Veda e con il Vedanta, il complesso mosaico induista, con le sue contraddizioni interne, con il suo dibattito, con le sue perversioni e con le sue incognite diventava naturalmente tutto quanto advaita Vedanta. Ora che le sue fissazioni sono cambiate, ecco gli antichi yogi, tutti d'accordo tra loro naturalmente, e tutti espressione delle sue nuove tendenze. E' una caricatura così abnorme, grottesca, ingiusta che non rendersene conto è un'offesa all'intelligenza.
Ultima modifica di AT il 6 luglio 2013, 23:19, modificato 2 volte in totale.


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